I vincitori del Visa d’Or alla 22esima edizione del Visa pour l’Image Festival

Sono stati appena resi noti i vincitori di quest’anno al festival di Perpignan per il Visa d’or News and Feature. La giura composta da: Barbara Clément (Elle), Cyril Drouhet (Figaro Magazine), Per Folkver (Politiken), Ryuichi Hirokawa (Days Japan), Tim Rasmussen (The Denver Post), Marc Simon (VSD), Jamie Wellford (Newsweek). Ha decretato i seguenti vincitori:


VISA D’OR MAGAZINE / FEATURE AWARD
Premio di 8.000 € sponsorizzato dalla Région Languedoc Roussillon.

Le nomine:
• Rodrigo Abd / Associated Press : Guatemala
• Andrea Star Reese : The Urban Cave
• Jérôme Sessini : Messico, the Descent
• Stephanie Sinclair / VII per National Geographic e per New York Times Magazine : La poligamia in America
Vincitrice
STEPHANIE SINCLAIR
VII per National Geographic e per il New York Times Magazine

Per un reportage sulla poligamia negli Stati Uniti, uno sguardo intimo nella FLDS (Chiesta fondamentalista di Gesù Cristo e dei Santi dell’ultimo giorno), tra le sette più segrete dei mormoni in America.

VISA D’OR NEWS / NEWS AWARD

Premio di 8.000 € sponsorizzato dal magazine Paris Match.
Le nomine:
• Agnès Dherbeys : Bangkok, Tailandia
• Athit Perawongmetha / Getty Images : La Bangkok pericolosa
• Frédéric Sautereau : Haiti, gennaio 2010
• Damon Winter / New York Times Magazine : Haiti
Vincitore
DAMON WINTER
New York Times Magazine

Per il suo reportage su Haiti, è stat oil primo fotografo dello staff del NY Times sulla scena. Non era mai stato ad Haiti prima di allora e non aveva mai fotografato la scena di un disastro naturale.

VISA D’OR PRESSE QUOTIDIENNE / DAILY PRESS

Premio di 8.000 € sponsorizzato dal SNCF (Ferrovie francesi).

La giuria:
Stephen Dupont (Contact Press Images), Cédric Gerbehaye (Agence
VU), Tanguy Loyzance, Andrea Star Reese, Gali Tibbon
Vincitore:
LA CROIX - FRÉDÉRIC SAUTEREAU

Per il suo reportage realizzato in Quattro differenti occasioni nella Striscia di Gaza dal marzo 2009 e che sarà continuato. Frédéric Sautereau ha documentato Hamas raccontando nel contempo la vita quotidiana del palestinesi: l’economia, la politica e la società.

“Identificarsi e affermarsi nell’immediato presente o cercare fiduciosamente uno spazio nella complessità del mondo?”

Faccio parte dello staff di SI Fest Savignano Immagini Festival 2010. Mi hanno contattato per propormi di curare la comunicazione web 2.0 del festival (da Facebook in poi).
Ho titolato il post con una domanda perfetta che ho letto sul comunicato stampa ufficiali.  Descrive il momento che mi trovo a vivere, personalmente, ma anche il mondo di oggi. Il viaggio ormai fa parte delle vite della maggior parte di noi, la percezione delle distanze come degli spazi cambia. Crescono le possibilità di trovare nuovi contatti e il bisogno di averne. L’evasione non è più un’eccezione, ma un’esperienza che ci tocca prima o poi nelle nostre vite.
Il tema del SI Fest di quest’anno, Abitare mondi, è anch’esso particolarmente azzeccato: una scelta che coraggiosamente mette da parte le questioni sulla rivoluzione digitale, lo stravolgimento del mercato editoriale, le difficoltà del settore e quant’altro. Si torna ai contenuti della fotografia. Un festival ha tanti compiti, uno di questi è portare cultura a chi fa altro nella vita. Quel tipo di cultura che ti spinge a riflettere e a guardarti dentro. Se nel frattempo si conosce gente nuova e simpatica trascorrendo un bel fine settimana, tanto meglio :)
Chiaramente sarò a Savignano sul Rubicone dal 10 al 12 settembre. Spero di incontrare molti di voi, miei lettori, proprio lì. In ogni caso, restate in contatto con il festival, perché è una di quelle realtà in cui le persone lavorano guidate unicamente dalla passione ed è certamente un luogo in cui si fa cultura fotografica di qualità. Cosa riconosciuta da molti che ne sanno infinitamente più di me.

Il sito del festival

Il SI Fest su facebook

FotoGrafia cambia


Cambia il periodo, non più la primavera affollata di eventi, ma l’autunno.
Cambia la grafica, più accattivante, ma sempre elegante e minimale.
Cambia il luogo. Dopo il festival diffuso (o dispersivo?) e dopo quello concentrato (o limitato?) al Palazzo delle Esposizioni, la prossima edizione di FotoGrafia Festival Internazionale di Roma si terrà al Macro, nel quartiere Testaccio.

Che altro vedremo di nuovo? Dopo l’edizione sfortunata dell’anno scorso ci aspettiamo tutti qualcosa di più per Roma. Magari delle anticipazioni, fin da ora…

Landing page del nuovo sito.

A proposito, il tema è il futuro della fotografia e il potere della fotografia di spiegare il nostro mondo, quindi la via che sta prendendo.

Conversazione con Jean-François Leroy (seconda parte)

…prosegue da qui:

Crede davvero che questa strada sia economicamente sostenibile? In questi tempi tutti i fotografi sono interessati al documentario web perché non ricevono alcun commissionato dalla stampa. Riesce a immaginare una situazione, diciamo tra due o tre anni, in cui i fotografi riescano a vivere di questo?
Lo spero. In ogni caso esiste una esplicita domanda per questo e l’economia in generale si sta spostando sul web. Proprio in questo momento tutti parlano dell’avvento dell’iPad, si dice che sarà il futuro della stampa, che i giornali stampati scompariranno nel medio termine, ma io non credo che accadrà nei prossimi due anni. In questi giorni i giornali (visto che il nostro compito è parlare dell’economia reale) fanno delle offerte alle agenzie fotografiche dicendo: “Pagheremo di più per quel materiale che servirà a coprire carta stampata, iPhone, Smartphone, BlackBerry, iPad e web, tutto assieme”. Così hanno aumentato i prezzi del 5%, in realtà le immagini vengono utilizzate quattro o cinque volte in più. Qui c’è un problema reale.

Certo, ma sta anche salvando il mercato.
Lo vedremo. Okay, dobbiamo parlare di un fatto: National Geographic produce tutt’ora dei reportage propri con il suo staff di fotografi. In questi giorni mi sono visto recapitare tantissime storie composte di 18, 20 o 22 immagini. Ovvero un prodotto che può andare bene per sei o otto pagine, ma non abbastanza per Perpignan, per una mostra o i per motion delle esibizioni serali.

Uno dei problemi emergenti di internet e del mobile è il diritto d’autore. Nel giro di 24 ore dal terremoto di Haiti c’è stata quella storia di una fotografia distribuita su Twitter; uno scatto di un fotografo che non ha correttamente difeso il copyright dell’immagine fin dall’inizio e che lavorava con diversi pseudonimi, con differente agenzie e su diversi giornali. Questo forse non porta alla luce l’importanza per i fotografi di imparare a utilizzare i nuovi strumenti? Ovvero: ci si deve rendere conto che oggi le immagini vengono inviate via telefono.
Non appena posti una fotografia su Twitter o su Facebook la stai automaticamente mettendo al servizio del mondo. Questo è accaduto con Haiti. Il fotografo a messo la sua immagine su Twitter che è stata prontamente presa dagli utenti. Apparteneva a tutti. Di sicuro è un problema per il diritto d’autore e per i diritti commerciali; e la cosa non può che peggiorare. Stamane ho ricevuto un’immagine di Haiti da una delle maggiori agenzie americane dicendomi di ritirare la foto da qualsiasi monitor o mostra perché avevano un problema di copyright irrisolto. Ovvero azioni legali e tutto il resto. Tutti questi strumenti sono molto interessanti e l’anno passato lo abbiamo visto: se non fosse esistito Twitter per coprire gli eventi in Iran, non avremo ricevuto nessuna notizia. Ora, mi spiace di dire questo perché sembrerò un po’ reazionario, ma c’è sempre la questione dei credit da attribuire alla fonte. Quando vedo una fotografia con i credit di AFP, AP, Reuters o Getty non mi viene da domandarmi se sia stata rubata. Ma ci sono siti web senza credit; non sai neppure da dove provenga quello scatto. Se dai un premio fotogiornalistico a una fotografia presa da Twitter dai un esempio sbagliato, è un messaggio che non va poiché equivale a mettere sullo stesso piano la fotografia amatoriale, che talvolta è necessaria, con la fotografia professionale finendo per sminuire il valore della notizia. Lo dico da anni: vorrei che noi facessimo quello che Apple ha fatto per la musica. Dieci anni fa tutti riproducevano copie piratate dei brani musicali, ma adesso non più perché è molto più facile e veloce andare su iTunes, trovare il nostro brano musicale e pagare 99 centesimi. Perché non potrebbe accadere per la fotografia?

Inviteresti a Perpignan quelle persone o aziende vista, magari a torto, come nemici, ma che in realtà potrebbero rappresentare la chiave di volta per il futuro della fotografia? Saresti pronto a chiamare la CNN, Yahoo, Google, Twitter e Facebook a Perpignan?
Ne sarei molto felice. Ovviamente è uno dei miei desideri.

Davvero sono stati presi contatti con loro?
Dovresti parlare con loro, ma il problema con queste multinazionali è, molto onestamente, che non saprei chi chiamare, la persona che prende le decisioni. Guarda il caso di Google in Francia: per la legge francese Google ha perso virtualmente ogni causa per l’utilizzo delle immagini, il che non è avvenuto negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Italia. Così i miei contatti con Google France non sarebbero gli stessi che avrei con l’azienda centrale. Ma per darti una risposta onesta: sarei felicissimo di avere Google, Yahoo, Twitter e Facebook a Perpignan. Il loro business model, al momento, non è molto semplice, ma credo che sarà parte del futuro della fotografia.

Visto che stiamo per parlare di futuro della fotografia e di tecnologia nel corso delle prossime settimane, Adobe rilascerà la nuova versione di Photoshop che, come sembra, sarà rivoluzionaria. Come pensi di affrontare questo tema a Perpignan? Non è necessariamente un problema, ma l’utilizzo di Photoshop è una questione critica. E cosa hai imparato dal festival del 2009?
Vediamo che sempre più immagini vengono migliorate e manipolate con Photoshop, fino al punto da non capire cosa sia reale, e il problema cresce sempre più. Ho ricevuto una fotografia di Haiti in cui vedi cinque fotografi che scattano. Si vede un soldato e si capisce esattamente cosa stia per accadere: Il cielo è grigio, le macerie sono grigie e c’è un poliziotto con indosso un paio di pantaloni militari blu. Ho riconosciuto tre dei cinque fotografi che scattavano dietro al soldato e ho visto le immagini fotografate da due di loro: le macerie sono di un bianco abbagliante, l’uniforme del poliziotto è azzurra e il cielo è porpora con nuvole rosa. Beh, c’è chi dirà che è solo un problema d’interpretazione, ma non equivale a una riscrittura? L’anno scorso abbiamo visto le scene dal Congo dove degli uomini di colore erano diventati grigi e il sangue scarlatto. Non mi sono mai deciso su questo episodio; e non è che basti guardare i file RAW.

Non hai pensato di chiedere i file RAW delle mostre di Perpignan?
Sì, ci ho pensato, ma non è poi tanto facile. Un file RAW non può essere utilizzato di per sé, ma soltanto dopo che hai prodotto un certo numero di modifiche, nel momento in cui giri il file al laboratorio, non può stampare esattamente la tua immagine perché non esiste carta che possa rappresentare tutto quello che vuoi. Forse potrà essere rappresentato su un monitor, ma non in stampa, quindi diventa un problema reale. Con la latitudine della carta, non riesci a fare stampe di un cielo fluorescente. È impossibile. Quest’anno è diventato un problema.

Ritratto di Albert Schweitzer. Photo: Eugene Smith

Come hanno reagito i fotografi alla richiesta di presentare il file RAW?
Non l’hanno apprezzata. Mi hanno risposto che è una loro interpretazione, è il modo in cui loro vedono le cose. Quindici o venti anni fa, un fotografo che inseriva una pellicola B/W nella sua camera sceglieva di fotografare in bianco e nero. C’era l’interpretazione nel modo in cui le stampe venivano realizzate: grana dura o morbida, un alto o un basso contrasto. Tutti noi conosciamo il ritratto di Albert Schweitzer in Lambarene: Smith diceva che ci aveva impiegato oltre due settimane per avere i neri che voleva. Adesso lavori davanti a un monitor con Lightroom o con Photoshop e puoi farlo in tre minuti.

Ma perché Photoshop dovrebbe rappresentare un problema se i fotografi hanno sempre manipolato i loro negativi?
Il problema di Photoshop nella sua nuova versione è che tu puoi raddrizzare qualcosa che non va in appena due click. Puoi rimuovere un lampione o delle linee che non ti piacciono, senza lasciare alcuna traccia. […] C’è sempre stato un dibattito su cosa sia una fotografia manipolata. All’inizio si diceva che manipolare significa aggiungere o togliere un Kalashnikov, questo è facile a dirsi, e ci sono stati famosi esempi in questo senso. Ma ora che è diventato così semplice riposizionare un’arma, tante persone sono tentate dal produrre uno scatto perfetto. Ciò che sto dicendo, ed è qui il vero pericolo, è che le principali agenzie come AP, AFP. Getty e Reuters hanno previsto limiti ben precisi per qualsiasi cambiamento, ma quando non superi questi limiti, le tue immagini sembrano monotone.

Allora di cosa c’è bisogno? Visa pour l’Image dovrebbe rappresentare una sorta di autorità morale? Dovrebbe esserci un set di regole per i fotografi? E chi se ne occuperebbe?
Non ho l’intenzione né l’ambizione di diventare una specie di supervisore della fotografia. Sto dicendo semplicemente che dovremmo stare molto attenti. Okay, puoi aumentare contrasto e saturazione e altre cose, ma dobbiamo restare allerta. Le nuove generazioni di fotografi che non hanno mai lavorato in pellicola, non hanno idea dei limiti.

Come viene trattata la questione a Perpignan?
Abbiamo intenzione di dibattere il tema e di aprirci a diversi contributi per discuterlo. Ma non so se possiamo permetterci di pontificare (in nome di cosa, poi?) dicendo: “Così si fa!” Non siamo neppure dei censori.

Ma certamente Visa pour l’Image dovrebbe rivolgere la domanda.
Certamente. Sto pensando a certi fotografi che, secondo me, manipolano fortemente o fanno “over-Photoshop” come si dice. Ma questi autori sarebbero d’accordo a mostrare le loro immagini con persone che farebbero commenti del tipo: “Questo è andato oltre il limite accettabile della manipolazione”? Il fotogiornalismo può essere un concetto arbitrario, ma resta il fatto che si occupa di fatti reali. Nel corso degli ultimi cinquant’anni i fotografi hanno stampato cieli che avevano migliorato e reso più intensi. Puoi schiarire delle nuvole, aggiungere una tinta porpora al cielo, altre nuvole per migliorare il tutto, intensificare le linee di contorno su metà dell’immagine e continuare fino ad avere un’immagine che è solo un’interpretazione del mondo reale. Allora non è più fotogiornalismo. Quindi dovremmo trasformare il Visa pour l’Image in un luogo d’incontro per pittori su Photoshop e artisti? Non so!

In ogni caso, lei sa che questo dovrà essere un soggetto da dibattere a settembre a Perpignan.
Assolutamente!

Come sarà?
Ancora non lo so, ma credo che dovremmo coinvolgere fotografi che usano Photoshop per i loro lavori così che possano spiegare perché lo fanno e quali limiti si pongono. Mi sembra che il settore si stia suddividendo in piccole scuole di pensiero tenendo certi limiti nei confronti di una manipolazione eccessiva.

…l’intervista prosegue…

Fonte: ufficio stampa del festival

Conversazione con Jean-François Leroy (prima parte)

Pubblico la mia traduzione dell’intervista fatta a Jean-François Leroy da Lucas Menget lo scorso maggio. Vista la lunghezza, visto che quest’anno non andrò, ahimè al festival, la riporto in tre post separati.

Jean-François Leroy, directeur du festival Visa pour l'Image de Perpignan. Photo: RAYMOND ROIG/AFP/Getty Images

Jean-François Leroy, directeur du festival Visa pour l'Image de Perpignan. Photo: RAYMOND ROIG/AFP/Getty Images

L’anno scorso è stato un anno di crisi per la fotografia, come lo è stato quello in precedenza. Sarebbe il caso di smettere di parlare di tempi di crisi per la fotografia?
È difficile smettere perché, mentre sentiamo parlare continuamente di nuovi modelli di business per informarsi su pad, giornali elettronici e così via, non significa che i giornali sono tornati a produrre la fotografia. La produzione è crollata; in pratica non si finanzia più nulla, il che è davvero terrificante.

Ma cosa accade quando c’è una vicenda particolarmente importante, come Haiti? Cos’è successo in quel caso?
Haiti è leggermente differente, poiché in quel caso tantissime persone sono subito andate senza un incarico, né un contratto, solo per andare e vedere. Così è stato prodotta una quantità colossale di immagini.

Troppe?
Nel corso della prima settimana tutte le immagini erano drammatiche. Al Visa pour l’Image non siamo stati in grado di decidere quali fotografie meritassero di essere selezionate, quindi abbiamo optato per uno screening in collaborazione.
Ci sono due fattori chiavi da prendere in considerazione per Haiti: uno è che ad eccezione del New York Times e del Washington Post, nessun altro fotografo è stato inviato dalle altre maggiori testate americane. In secondo luogo i settimanali hanno inviato i loro fotografi soltanto una settimana dopo l’evento.
Ma in seguito CNN.com ha inviato cinque fotografi su commissione garantendo la pubblicazione!

È stata forse la prima volta che una televisione invia dei fotografi su commissione, almeno a questo livello.
Il fenomeno Haiti è stato incredibile dato che, in teoria, i fotografi erano stati inviati per i canali web; poi, nel giro di 24 o 48 ora, la CNN ha riutilizzato le stesse immagini per i reportage sui canali TV. È chiaro che la scena di una persona estratta dalle macerie, soprattutto se la persona è sopravvissuta, diventa molto più impressionante poiché è un fatto appena accaduto, laddove un video è solo un’occhiata sfuggente. Ecco la nuova era da esplorare.
Per accadimenti come questo, credo che la televisione rappresenti una delle strade percorribili da parte dei professionisti. È pieno di fotografi in grado di realizzare dei video, ma pochi sono i cameraman in grado di fare buoni scatti. È un fatto. E non significa neppure che tutti i fotografi siano dei bravi cameraman, ma semplicemente che le cose funzionano meglio in un verso che nell’altro. Haiti ne è un esempio emblematico. Abbiamo visto uno dei principali magazine americani offrire dei contratti con garanzia di pubblicazione internazionale per diritti gestiti in prima istanza sul web. È il primo caso di tale portata, quindi un fotografo che sia in grado di vendere il proprio lavoro a un magazine americano e nella stessa settimana, vendere le stesse immagini a giornali tedeschi, francesi, italiani o inglesi è da adesso messo in guardia: “Terremo le tue immagini per utilizzarle sul mercato internazionale per un mese”. È un nuovo tipo di approccio.

L’anno passato c’è stato il primo premio Visa pour l’Image-France 24-RFI per il miglior documentario web. Anche quest’anno ci sarà lo stesso premio?
Certo, il premio proseguirà visto che ci siamo resi conto della grande richiesta e del successo conseguito. (È stato uno dei colleghi qui, Lucas Menget, a suggerirmi l’idea). Il premio è assai importante. Continuo a ripetere quello che ho detto un anno fa: nelle selezioni finali abbiamo visto molti slide show che non erano effettivamente dei documentari web. L’altro giorno, al simposio tenutosi a Parigi, Samuel Bollendorff ha fatto un commento che credo abbia brillantemente centrato il punto: “Solitamente quando guardi uno slide show su internet, hai un solo bottone da cliccare; ma per far vedere che io rispetto il pubblico, do due pulsanti. Ciò per non dare l’impressione che le persone pensino di essere senza cervello”. Forse sto ipersemplificando la questione, ma significa che lui dà al pubblico la sensazione poter scegliere che strada prendere. Ma allo stesso tempo, Samuel li sta guidanto a questo punto.

Parliamo di Bollendorff, e gli altri, che hanno compratori tra i siti che appartengono alle TV. I maggiori acquirenti di documentari web in Francia sono proprio le tv. Non sembra paradossale? France 5, il canale televisivo, ne ha appena commissionati una quarantina, Canal + ne sta finanziando altri al momento e c’è pure France 24 sebbene in misura minore.
Il problema dei finanziamenti è tutt’altro che risolto, la postproduzione dei documentari web resta sempre molto costosa. Al momento siamo fortunati ad avere la CNC (French National Cinematography Center) che supporta un certo numero di progetti, ma quanto durerà ancora? Torno ancora a fare il solito esempio: la postproduzione di un documentario web come Voyage au bout du charbon costerà tra i 40.000 e i 50.000 euro e non esiste ad oggi un sito in grado di pagare tale cifra. Per dirne un’altra, Samuel Bollendorff ha appena ricevuto una lettera dalla French Press Card Commission in cui gli viene comunicato che non sarà più considerato un giornalista. Bene! Qui i poteri francesi hanno pensato bene di rivedere i criteri per il tesserino da giornalista!

…l’intervista prosegue…

Fonte: ufficio stampa del festival

Nuovo design e nuova modalità di ricerca per Google Image Search

Al momento è disponibile solo per il 10% degli utilizzatori di Google, ma progressivamente la nuova visualizzazione sarà disponibile per tutti.

C’è chi ruba le immagini per il proprio sito/blog, chi vuole solo navigare magari in cerca di un’ispirazione, chi ha bisogno di materiale da rielaborare, in questo senso Google Image Search è un po’ il corrispettivo di Wikipedia: un calderone in cui possiamo trovare tutto, magari non dobbiamo prendere ogni risultato per oro colato, ma oggi questi servizi (free!!!) sono diventati necessari per farci un’idea sulle cose.

Il nuovo Google Image Search è qualcosa di più dei soliti annunci, come Image Swirl (carino, ma senza futuro). La nuova interfaccia permetterà ai marketer come me di piazzare la pubblicità proprio sotto il naso di chi cerca l’immagine di un qualsiasi prodotto. Oltre a questo le icone saranno tutte incastrate, tipo mattonelle, e la velocità di ricerca sarà maggiore, così come la quantità di icone visualizzate: fino a 1.000 fotografie su una singola pagina. Tutte mini-miniature incomprensibili? Sì, ma il bello è che la visualizzazione dati sta facendo passi da gigante e grazie a un meccanismo basato sul mouse-over (quando ci passi sopra con il cursore) le thumb diventano più grandi.
Ecco di seguito un’immagine in anteprima:

Reportage Atri Festival: la fotocronaca della prima giornata (metà 2)

Vi propongo di seguito le immagini finali, con relativi testi, del mio racconto su Reportage Atri Festival - Le forme del tempo:

"Il Tempo Conservato" è stato il titolo del dibattito sull'archiviazione e digitalizzazione delle opere museali e fotografiche. Hanno partecipato i rappresentanti di alcune importanti istituzioni, tra cui l'Istituto Nazionale per la Grafica - Palazzo Fontana di Trevi, Getty Images e Fondazione Corriere della Sera. Giovanna Calvenzi, una fra le professioniste della fotografia che stimo di più, ha moderato l'incontro. Sul finire ho fatto una domanda: <<Come viene affrontato il problema dell'interoperabilità dei sistemi di archiviazione?>> Che poi è lo stesso problema che ciascuno di noi affronta quando salvo le proprie fotografia su cd/dvd pensando che a breve non esisteranno più lettori per questi supporti. Getty Images rappresentava la realtà più forte e più innovativa: loro stringono accordi con i alcuni grandi multinazionali come Apple, i quali forniscono le piattaforme tecnologiche e in cambio hanno la possibilità scoprire i limiti dei nuovi sistemi(

Il Tempo Conservato" è stato il titolo del dibattito sull'archiviazione e digitalizzazione delle opere museali e fotografiche. Hanno partecipato i rappresentanti di alcune importanti istituzioni, tra cui l'Istituto Nazionale per la Grafica - Palazzo Fontana di Trevi, Getty Images e Fondazione Corriere della Sera. Giovanna Calvenzi, una fra le professioniste della fotografia che stimo di più, ha moderato l'incontro. Sul finire ho fatto una domanda: <> Che poi è lo stesso problema che ciascuno di noi affronta quando salvo le proprie fotografia su cd/dvd pensando che a breve non esisteranno più lettori per questi supporti. Getty Images rappresentava la realtà più forte e più innovativa: loro stringono accordi con i alcuni grandi multinazionali come Apple, i quali forniscono le piattaforme tecnologiche e in cambio hanno la possibilità scoprire i limiti dei nuovi sistemi

Il tempo sospeso: il dis-ordine dei giornalisti. Titolo dell’incontro pomeridiano in cui si è affrontato il tema e il ruole dell’ordine dei giornalisti. Per quanto mi riguarda è da alcuni hanni che scrivo regolarmente, ma mai per una testata. Le strade sono due: pagare un profumatamente un corso che spiani la strada per iniziare ad essere pubblicisti, fino all’iscrizione all’albo oppure iniziare una serie di collaborazioni gratuite. Il tutto per appartenere a una categoria in evidente difficoltà di fronte alla rivoluzione dei nuovi media. Il signore che vedete nell'immagine era un po' arrabiato con la categoria dei giornalisti

Il tempo sospeso: il dis-ordine dei giornalisti. Titolo dell’incontro pomeridiano in cui si è affrontato il tema e il ruole dell’ordine dei giornalisti. Per quanto mi riguarda è da alcuni hanni che scrivo regolarmente, ma mai per una testata. Le strade sono due: pagare un profumatamente un corso che spiani la strada per iniziare ad essere pubblicisti, fino all’iscrizione all’albo oppure iniziare una serie di collaborazioni gratuite. Il tutto per appartenere a una categoria in evidente difficoltà di fronte alla rivoluzione dei nuovi media

Lui è Daniele Mastrogiacomo, forse questo nome vi suonerà familiare, ma non ricordate perché. All’inizio del 2007 Daniele Mastrogiacomo, un inviato de La Repubblica in Afghanistan, salì alla ribalta dei media italiani perché era stato rapito da un gruppo di talebani assieme al suo autista Sayed Haga e alla sua guida locale e interprete, un giornalista ventitreenne afghano. La loro storia è stata raccontata in un documentario che consiglio a tutti: << Fixer: The Taking of Ajmal Naqshbandi>>. Qui la mia recensione: http://www.alphabetcity.it/index.php/com/articolo/id/3829/fixer-the-taking-of-ajmal-naqshbandi

Paolo Woods è un grande fotografo, ma soprattutto è una gran persona, in grado di raccontare con la fotografia culture lontane smontandone gli stereotipi, spesso usando la risata come linguaggio universale

Annalisa D'Angelo, curatrice ,incontra il pubblico della mostra su Haiti

Annalisa D'Angelo, curatrice ,incontra il pubblico della mostra su Haiti

Ho intervistato Alessandro Imbriaco... che a breve pubblico su alphabetcity

Ho intervistato Alessandro Imbriaco... che a breve pubblico su alphabetcity

E chiudiamo con Pif! Curiosa questa cosa non trovate? Lo stesso personaggio che apparantemente non avrebbe nulla a che vedere con il fotogiornalismo impegnato, lo avevamo visto a pochissima distanza di tempo e spazio in un altro festival. Dove? Il primo che indovina vince un abbonamento a BecomingAPhotoEditor per un anno intero!

E chiudiamo con Pif! Curiosa questa cosa non trovate? Lo stesso personaggio che apparantemente non avrebbe nulla a che vedere con il fotogiornalismo impegnato, lo avevamo visto a pochissima distanza di tempo e spazio in un altro festival. Dove? Il primo che indovina vince un abbonamento a BecomingAPhotoEditor per un anno intero?

Promoted Post: Mr. Skyn in Golden City

Chi l’avrebbe detto che mi sarei ridotto a giocare al Signor Pelle nella Città D’Oro? Beh, come vi avevo annunciato, questo blog inizia a ospitare la reclame. Ma non i soliti bannerini, per quello c’è tempo…

Per fortuna che avevo già previsto la categoria “Nonsolofoto” così posso parlarvi dei nuovissimi Akuel Skyn®: i profilattici, ebbene sì, non ridete, suvvia…

Quindi… dunque…

Cito da Comunicato Stampa: La vita quotidiana ti sottopone ad un’altra giornata d’inferno: sei cotto, stressato ed hai bisogno di relax, hai appuntamento con il tuo partner per la serata e i pensieri cominciano a diradarsi facendo strada al buon umore: ora sei pronto per una notte di passione sfrenata! Dite, la verità, l’ho scelto bene il primo prodotto, no?

È giunto il momento di pretendere sesso migliore! (sì, lo so. C’è si accontenterebbe del sesso e basta, poi per migliorare c’è sempre tempo…) La rivoluzione Akuel Skyn® ti offre il sesso come dovresti sentirlo. Sperimenta il piacere di un sesso «pelle su pelle» clinicamente testato per migliorare le sensazioni e lasciarti senza fiato.

Già annoiati? Continuate a leggere che ora ci divertiamo: in pratica questi tizi ingegneri-chimici-atomici della Akuel hanno scoperto una grande verità. Una di quelle cose che non lo voglio dire, ma l’ho sempre saputo:

La sensibilità ASSOLUTA non e’ da ricercare nella sottigliezza…ma in una nuova RIVOLUZIONARIA TECNOLOGIA! L’ho sempre detto io…

Una sola parola fa la differenza: Sensoprene (ok, il SensoPene, sì ho capito) il materiale che dona la sensazione di non indossare niente (Questa è giusta: in effetti il sesso da vestiti può essere molto divertente) Con Akuel® Skyn® quindi avrai:

1. estrema sensibilità grazie al Sensoprene con la sua estrema elasticità dona un effetto pelle su pelle e la reale sensazione di non indossare niente.

2. ultra sicurezza confermata da prove cliniche per quanto riguarda sia la resistenza che la scorrevolezza. (A voi sì è mai rotto il preservativo? Non è che sia divertente… Questa cosa è mooolto importante)

3. non allergenico (latex free) e indicato alle persone allergiche al lattice. (Lattosio? No, problem io bevo solo latte di capra ;)

4. Superficie liscia: Rispetto al lattice, Il SENSOPRENE non si cristallizza una volta steso e la superficie risulta estremamente liscia (Mo pure il preservativo che cristallizza, no questa non mi è mai successa…)

5. più comfort 6. confezione lusso. E no, sta cosa andava detta: insomma se li cacci fuori al momento giusto fai vedere che stai avanti, poi magari la tipa dice: “Maddai non li avevo mai visti! Come sono?”)

Ah, dimenticavo, c’è il giochino stile platform, ecco il mio punteggio:

Infine vi informo che chi vuole qualche campione omaggio o dei gadget, deve commentare il blog. Ma solo i commenti “migliori” verrano premiati. Migliori in che non l’ho proprio capito, forse dovreste scrivere una roba del tipo: Sì, io ne ho provati 16 in una sola serata!!! Li abbiamo gonfiati come palloncini all’addio a celibato…). Bisogna lasciare la propria email in fondo al commento (mi raccomando non l’email primaria, quella secondaria, per gli spammoni ;)

Akuel

Skyn

preservativi

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Reportage Atri Festival: la fotocronaca della prima giornata (metà 1)

Sono riuscito a tornare per la seconda edizione di questo festival che in così breve tempo è riuscito a creare un polo gravitazionale del fotogiornalismo italiano. Qualcuno mi dice che sono esagerato, ma io vedo che Atri Festival è ormai una realtà ben conosciuta nel settore.
Ma chi invade uno spazio in così breve tempo dà fastidio. Sono nate polemiche e difficoltà interne ed esterne alla macchina festivaliera. A cosa mi riferisco? Spero che le mie immagini riusciranno a far comprendere un pezzetto di Atri Festival anche a chi non c’è stato.

Ecco, questo è il simpatico benvenuto che i partecipanti al Reportage Atri Festival hanno trovato a pochi km dal centro. È vero che la manifestazione costa molto, non ci sono dubbi. Ma il calcolo del ritorno sul paese abbruzzese andrebbe fatto in modo più complesso IMHO, anche in termini non economicamente quantificabili.

Ecco, questo è il simpatico benvenuto che i partecipanti al Reportage Atri Festival hanno trovato a pochi km dal centro. È vero che la manifestazione costa molto, non ci sono dubbi. Ma il calcolo del ritorno sul paese abbruzzese andrebbe fatto in modo più complesso IMHO, anche in termini non economicamente quantificabili

C'era anche Alberto Abruzzese. Qui si discute di una scuola dedicata dal reportage di quelle che mancano da noi. Dovrebbe partire a cominciare dalla prossima edizione

C

Grazie a tutto l'ufficio stampa che è stato molto disponibile, nonostante le difficoltà organizzative che si è trovato a gestire

Grazie a tutto l'ufficio stampa: molto disponibile, nonostante le difficoltà organizzative che si è trovato a gestire

Loro sono due maestre elementari di Atri che hanno voluto partecipare di loro iniziativa coinvolgendo i bambini in una scuola di fotografia. Ma hanno dovuto fare tutto da sole, senza l'appoggio del festival. Uno sforzo anche in questa direzione andrebbe fatto

Loro sono due maestre elementari di Atri che hanno voluto partecipare di loro iniziativa coinvolgendo i bambini in una scuola di fotografia. Ma hanno dovuto fare tutto da sole, senza l'appoggio del festival. Uno sforzo anche in questa direzione andrebbe fatto

OnOff ha provato a partecipare, ma anche loro sono rimasti un po' da parte. Questo collettivo si è guadagnato in brevissimo tempo un buon nome. A destra Aldo Soligno (lui non è OnOff) che mostra i suoi lavori su uno scintillante iPad (epperò!) a Luca Sano (lui sì, è OnOff). Ho visto il motion di Luca le parole non servono a descriverlo, va visto. In serata ci saremmo aspettati di vedere anche il multimedia di Alvaro Deprit, peccato, io ho avuto la fortuna di visionarlo in anteprima e l'ho molto apprezzato.

OnOff ha provato a partecipare, ma anche loro sono rimasti un po' da parte. Questo collettivo si è guadagnato in brevissimo tempo un buon nome. A destra Aldo Soligno (lui non è OnOff) che mostra i suoi lavori su uno scintillante iPad (epperò!) a Luca Sano (lui sì, è OnOff). Ho visto il motion di Luca le parole non servono a descriverlo, va visto. In serata ci saremmo aspettati di vedere anche il multimedia di Alvaro Deprit, peccato, io ho avuto la fortuna di visionarlo in anteprima e l

Gabriele Di Mascolo vince il primo premio al Reportage Atri Festival

Il Premio Fondazione Coca-Cola HBC Italia / Reportage Atri festival, istituito nell’ambito di Reportage Atri Festival e creato per promuovere il giornalismo d’inchiesta e di testimonianza è stato vinto dal fotografo Gabriele Di Mascolo che si è aggiudicato un premio di 5000 euro per completare il lavoro umano dedicato alla condizione sociale e psicologica degli emigranti dal confine tra Guatemala e Messico verso gli Stati Uniti, dal titolo Sin Fronteras.