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Crede davvero che questa strada sia economicamente sostenibile? In questi tempi tutti i fotografi sono interessati al documentario web perché non ricevono alcun commissionato dalla stampa. Riesce a immaginare una situazione, diciamo tra due o tre anni, in cui i fotografi riescano a vivere di questo?
Lo spero. In ogni caso esiste una esplicita domanda per questo e l’economia in generale si sta spostando sul web. Proprio in questo momento tutti parlano dell’avvento dell’iPad, si dice che sarà il futuro della stampa, che i giornali stampati scompariranno nel medio termine, ma io non credo che accadrà nei prossimi due anni. In questi giorni i giornali (visto che il nostro compito è parlare dell’economia reale) fanno delle offerte alle agenzie fotografiche dicendo: “Pagheremo di più per quel materiale che servirà a coprire carta stampata, iPhone, Smartphone, BlackBerry, iPad e web, tutto assieme”. Così hanno aumentato i prezzi del 5%, in realtà le immagini vengono utilizzate quattro o cinque volte in più. Qui c’è un problema reale.
Certo, ma sta anche salvando il mercato.
Lo vedremo. Okay, dobbiamo parlare di un fatto: National Geographic produce tutt’ora dei reportage propri con il suo staff di fotografi. In questi giorni mi sono visto recapitare tantissime storie composte di 18, 20 o 22 immagini. Ovvero un prodotto che può andare bene per sei o otto pagine, ma non abbastanza per Perpignan, per una mostra o i per motion delle esibizioni serali.
Uno dei problemi emergenti di internet e del mobile è il diritto d’autore. Nel giro di 24 ore dal terremoto di Haiti c’è stata quella storia di una fotografia distribuita su Twitter; uno scatto di un fotografo che non ha correttamente difeso il copyright dell’immagine fin dall’inizio e che lavorava con diversi pseudonimi, con differente agenzie e su diversi giornali. Questo forse non porta alla luce l’importanza per i fotografi di imparare a utilizzare i nuovi strumenti? Ovvero: ci si deve rendere conto che oggi le immagini vengono inviate via telefono.
Non appena posti una fotografia su Twitter o su Facebook la stai automaticamente mettendo al servizio del mondo. Questo è accaduto con Haiti. Il fotografo a messo la sua immagine su Twitter che è stata prontamente presa dagli utenti. Apparteneva a tutti. Di sicuro è un problema per il diritto d’autore e per i diritti commerciali; e la cosa non può che peggiorare. Stamane ho ricevuto un’immagine di Haiti da una delle maggiori agenzie americane dicendomi di ritirare la foto da qualsiasi monitor o mostra perché avevano un problema di copyright irrisolto. Ovvero azioni legali e tutto il resto. Tutti questi strumenti sono molto interessanti e l’anno passato lo abbiamo visto: se non fosse esistito Twitter per coprire gli eventi in Iran, non avremo ricevuto nessuna notizia. Ora, mi spiace di dire questo perché sembrerò un po’ reazionario, ma c’è sempre la questione dei credit da attribuire alla fonte. Quando vedo una fotografia con i credit di AFP, AP, Reuters o Getty non mi viene da domandarmi se sia stata rubata. Ma ci sono siti web senza credit; non sai neppure da dove provenga quello scatto. Se dai un premio fotogiornalistico a una fotografia presa da Twitter dai un esempio sbagliato, è un messaggio che non va poiché equivale a mettere sullo stesso piano la fotografia amatoriale, che talvolta è necessaria, con la fotografia professionale finendo per sminuire il valore della notizia. Lo dico da anni: vorrei che noi facessimo quello che Apple ha fatto per la musica. Dieci anni fa tutti riproducevano copie piratate dei brani musicali, ma adesso non più perché è molto più facile e veloce andare su iTunes, trovare il nostro brano musicale e pagare 99 centesimi. Perché non potrebbe accadere per la fotografia?
Inviteresti a Perpignan quelle persone o aziende vista, magari a torto, come nemici, ma che in realtà potrebbero rappresentare la chiave di volta per il futuro della fotografia? Saresti pronto a chiamare la CNN, Yahoo, Google, Twitter e Facebook a Perpignan?
Ne sarei molto felice. Ovviamente è uno dei miei desideri.
Davvero sono stati presi contatti con loro?
Dovresti parlare con loro, ma il problema con queste multinazionali è, molto onestamente, che non saprei chi chiamare, la persona che prende le decisioni. Guarda il caso di Google in Francia: per la legge francese Google ha perso virtualmente ogni causa per l’utilizzo delle immagini, il che non è avvenuto negli Stati Uniti, in Inghilterra o in Italia. Così i miei contatti con Google France non sarebbero gli stessi che avrei con l’azienda centrale. Ma per darti una risposta onesta: sarei felicissimo di avere Google, Yahoo, Twitter e Facebook a Perpignan. Il loro business model, al momento, non è molto semplice, ma credo che sarà parte del futuro della fotografia.
Visto che stiamo per parlare di futuro della fotografia e di tecnologia nel corso delle prossime settimane, Adobe rilascerà la nuova versione di Photoshop che, come sembra, sarà rivoluzionaria. Come pensi di affrontare questo tema a Perpignan? Non è necessariamente un problema, ma l’utilizzo di Photoshop è una questione critica. E cosa hai imparato dal festival del 2009?
Vediamo che sempre più immagini vengono migliorate e manipolate con Photoshop, fino al punto da non capire cosa sia reale, e il problema cresce sempre più. Ho ricevuto una fotografia di Haiti in cui vedi cinque fotografi che scattano. Si vede un soldato e si capisce esattamente cosa stia per accadere: Il cielo è grigio, le macerie sono grigie e c’è un poliziotto con indosso un paio di pantaloni militari blu. Ho riconosciuto tre dei cinque fotografi che scattavano dietro al soldato e ho visto le immagini fotografate da due di loro: le macerie sono di un bianco abbagliante, l’uniforme del poliziotto è azzurra e il cielo è porpora con nuvole rosa. Beh, c’è chi dirà che è solo un problema d’interpretazione, ma non equivale a una riscrittura? L’anno scorso abbiamo visto le scene dal Congo dove degli uomini di colore erano diventati grigi e il sangue scarlatto. Non mi sono mai deciso su questo episodio; e non è che basti guardare i file RAW.
Non hai pensato di chiedere i file RAW delle mostre di Perpignan?
Sì, ci ho pensato, ma non è poi tanto facile. Un file RAW non può essere utilizzato di per sé, ma soltanto dopo che hai prodotto un certo numero di modifiche, nel momento in cui giri il file al laboratorio, non può stampare esattamente la tua immagine perché non esiste carta che possa rappresentare tutto quello che vuoi. Forse potrà essere rappresentato su un monitor, ma non in stampa, quindi diventa un problema reale. Con la latitudine della carta, non riesci a fare stampe di un cielo fluorescente. È impossibile. Quest’anno è diventato un problema.

Ritratto di Albert Schweitzer. Photo: Eugene Smith
Come hanno reagito i fotografi alla richiesta di presentare il file RAW?
Non l’hanno apprezzata. Mi hanno risposto che è una loro interpretazione, è il modo in cui loro vedono le cose. Quindici o venti anni fa, un fotografo che inseriva una pellicola B/W nella sua camera sceglieva di fotografare in bianco e nero. C’era l’interpretazione nel modo in cui le stampe venivano realizzate: grana dura o morbida, un alto o un basso contrasto. Tutti noi conosciamo il ritratto di Albert Schweitzer in Lambarene: Smith diceva che ci aveva impiegato oltre due settimane per avere i neri che voleva. Adesso lavori davanti a un monitor con Lightroom o con Photoshop e puoi farlo in tre minuti.
Ma perché Photoshop dovrebbe rappresentare un problema se i fotografi hanno sempre manipolato i loro negativi?
Il problema di Photoshop nella sua nuova versione è che tu puoi raddrizzare qualcosa che non va in appena due click. Puoi rimuovere un lampione o delle linee che non ti piacciono, senza lasciare alcuna traccia. […] C’è sempre stato un dibattito su cosa sia una fotografia manipolata. All’inizio si diceva che manipolare significa aggiungere o togliere un Kalashnikov, questo è facile a dirsi, e ci sono stati famosi esempi in questo senso. Ma ora che è diventato così semplice riposizionare un’arma, tante persone sono tentate dal produrre uno scatto perfetto. Ciò che sto dicendo, ed è qui il vero pericolo, è che le principali agenzie come AP, AFP. Getty e Reuters hanno previsto limiti ben precisi per qualsiasi cambiamento, ma quando non superi questi limiti, le tue immagini sembrano monotone.
Allora di cosa c’è bisogno? Visa pour l’Image dovrebbe rappresentare una sorta di autorità morale? Dovrebbe esserci un set di regole per i fotografi? E chi se ne occuperebbe?
Non ho l’intenzione né l’ambizione di diventare una specie di supervisore della fotografia. Sto dicendo semplicemente che dovremmo stare molto attenti. Okay, puoi aumentare contrasto e saturazione e altre cose, ma dobbiamo restare allerta. Le nuove generazioni di fotografi che non hanno mai lavorato in pellicola, non hanno idea dei limiti.
Come viene trattata la questione a Perpignan?
Abbiamo intenzione di dibattere il tema e di aprirci a diversi contributi per discuterlo. Ma non so se possiamo permetterci di pontificare (in nome di cosa, poi?) dicendo: “Così si fa!” Non siamo neppure dei censori.
Ma certamente Visa pour l’Image dovrebbe rivolgere la domanda.
Certamente. Sto pensando a certi fotografi che, secondo me, manipolano fortemente o fanno “over-Photoshop” come si dice. Ma questi autori sarebbero d’accordo a mostrare le loro immagini con persone che farebbero commenti del tipo: “Questo è andato oltre il limite accettabile della manipolazione”? Il fotogiornalismo può essere un concetto arbitrario, ma resta il fatto che si occupa di fatti reali. Nel corso degli ultimi cinquant’anni i fotografi hanno stampato cieli che avevano migliorato e reso più intensi. Puoi schiarire delle nuvole, aggiungere una tinta porpora al cielo, altre nuvole per migliorare il tutto, intensificare le linee di contorno su metà dell’immagine e continuare fino ad avere un’immagine che è solo un’interpretazione del mondo reale. Allora non è più fotogiornalismo. Quindi dovremmo trasformare il Visa pour l’Image in un luogo d’incontro per pittori su Photoshop e artisti? Non so!
In ogni caso, lei sa che questo dovrà essere un soggetto da dibattere a settembre a Perpignan.
Assolutamente!
Come sarà?
Ancora non lo so, ma credo che dovremmo coinvolgere fotografi che usano Photoshop per i loro lavori così che possano spiegare perché lo fanno e quali limiti si pongono. Mi sembra che il settore si stia suddividendo in piccole scuole di pensiero tenendo certi limiti nei confronti di una manipolazione eccessiva.
…l’intervista prosegue…
Fonte: ufficio stampa del festival