Cosa diresti che manca ai fotografi italiani? Riguardo i temi, lo stile e il modo di lavorare?
Maria Teresa Cerretelli: C’è molta competizione nel campo della fotografia in Italia come all’estero e non credo che manchi qualcosa ai fotografi italiani. La professionalità e la puntualità sono sempre e comunque qualità vincenti, ma questo vale per tutte le professioni. Poi certamente ci sono fotografi più talentuosi di altri.
Noi come gruppo di Photo editor (GRIN) promuoviamo da anni la fotografia italiana attraverso il nostro premio Amilcare Ponchielli, (intestato al primo photo editor italiano) e organizziamo nei festival italiani la videoproiezione dei quindici lavori giunti in finale e questo è un modo per far conoscere fotografi, progetti e stili diversi.
Sandro Iovine: Manca la cultura visiva e spesso non solo quella. Manca l’umiltà di mettersi a studiare per anni senza sentirsi arrivati prima ancora di cominciare. Manca la coscienza che si tratta davvero di un lavoro e che come tale richiede sacrifici non indifferenti se si vuole riuscire. Manca il contatto con una dimensione che sia men che provinciale. Manca spessissimo la coscienza che è di comunicazione che stiamo parlando e che alla base di questa ci sono delle regole, sia pur flessibili e estremamente dinamiche. E in tutto questo vorrei sottolineare che le colpe non sono necessariamente dei singoli, ma in buona parte dell’intero sistema educativo italiano che prevede interessanti programmi di educazione visiva che però nessuno applica. Ho provato un’infinità di volte a chiedere al pubblico di fronte al quale mi sono trovato a parlare a chi fosse stato insegnato a leggere e scrivere nella scuola dell’obbligo e ovviamente tutti mi hanno sempre risposto che si trattava di nozioni che avevano ricevuto. Riformulando la domanda in termini di insegnamento sulla lettura e scrittura di immagini ho trovato solo una volta, a Catania, una ragazza bionda in prima fila che ha alzato la mano. Alla domanda «ma dove hai fatto la scuola dell’obbligo?» rispose «In München». A parte casi limite non credo che il problema siano i temi, lo stile o il modo concreto di lavorare, Semmai le difficoltà derivano dalla capacità di collegare i vari elementi in un unicum. E il problema è più avvertibile all’interno del mondo del fotogiornalismo, dove le derive commerciali para-artistiche stanno assestando il colpo finale a una professionalità già complessa e in crisi.
Manuela Fugenzi: Mentre trovo straordinaria la produzione di fotografia di paesaggio in Italia in cui c’è un ottimo livello d’indagine del territorio: mi riferisco a certe esperienze che sono state rese possibili da un terreno molto fertile che si è creato intorno a certe personalità, ad esempio tutta l’area milanese attorno alla Roberta Valtorta che ha fatto per la regione Lombardia. Poi il lavoro prima ancora fatto da Luigi Ghirri nella zona di Reggio Emilia, la via Emilia. Guido Guidi, Campigotto, i lavori su Venezia, Ravenna, Bologna. Questa fotografia è stata talmente studiata ed è divenuta rigorosa in Italia a tal punto da poterne definire una propria poetica. Non penso solo ai figli di Guido Guidi, di una fotografia fredda, gelida, matematica, ma anche alle sotto correnti artistiche che ne sono derivate. Forte estetica e contentuti importanti, in grado anche di leggere anche l’ordinario. Invece il reportage e la fotografia sociale non riescono a esprimere altrettanto. Anche se ci sono tanti reporter capacissimi, manca la lettura dell’Italia contemporanea. Pochissimi sono i progetti che indagano noi, gli italiani. Io, per esempio, sono stufa delle indagini sugli zingari. Per carità, ho le mie convizioni e sono politicamente schierata, ma è diventato un cliché troppo abusato, mentre poi c’è una strana avversione nei confronti di un argomento come l’immigrazione che è difficile e scontato al tempo stesso. Il fotogiornalismo italiano oggi si deve interrogare, sull’esempio del fotogiornalismo americano che negli ultimi anni ha riflettuto sulla fotografia di guerra, embedded. Io qui faccio molta fatica a trovare materiale sulle nostre città, sul nord, sul sud: l’humus della Lega, i giovani del nord est, questi sono argomenti che latitano nel fotogiornalismo nostrano. Perché in giro ci sono tanti SUV? Non ho un lavoro che mi racconti perché si è arrivati a questo punto. Il problema, torno a dire, è raccontare questi argomeni in modo originale.
Gianni Mascolo: Qualcosa che mi stupisca. Vedo dei temi e un modo di far fotografia molto stanco, cose che mi aspetto già di vedere. Il tema è la prima cosa: io faccio il giornalista e se mi nominano il campo nomade già non mi interessa. Per il mio lavoro è una non-notizia. Se in più la proposta è fatta anche alla stessa maniera le possibilità diventano zero. Manca la sorpresa.
Renata Ferri: Sì. Ai fotografi italiani mancano tantissime cose. È difficile fargliene una colpa perché non ci sono scuole valide, né lo scambio con gli altri fotografi e non c’è una vera comunità di fotografia come avviene in altri paesi. Inoltre si muovono molto poco e vanno poco all’estero, anche perché non hanno dei giornali che li supportano, quindi subiscono dei costi di produzione troppo elevati. É grave poi che i fotografi italiani non raccontino abbastanza l’Italia.
Giovanna Calvenzi: sono delle cose diverse: se pensi alla fotografia in generale, senza pensare a dei possibilit generi, ai fotografi italiani non manca nulla. Ma se penso alla fotografia sportiva che rappresenta il mio lavoro attuale, vedo che ai fotografi italiani manca un certo standard. C’è una parte del mio lavoro che consiste nella ricerca delle immagini relative agli eventi e quindi prendere contatto con chi è specializzato in temi specifici come la formula1 che per una serie di problemi organizzativi, tecnici e di tempi si configura come un campo molto specialistico. Questi tipi di lavori non te l’inventi dall’oggi al domani.
Nella fotografia sportiva gli italiani sono decisamente inferiori ai colleghi inglesi o americani nella qualità dell’immagine finale. Forse solo nell’automobilismo sono competitivi. Ma sai, il problema dei generi professionali è sempre un problema legato ai giornali, infatti i giornali sportivi, in Italia, sono sempre stati prevalentemente quotidiani, sono pochi gli specializzati che hanno bisogno di foto maniacali. Adesso da qualche anno ci sono due giornali che affrontano lo sport in maniera diversa: uno è il mio, Sport Week, e l’altro è un giornale di moto che si chiama Riders che usa un’eccellente fotografia. Quando comperi la Gazzetta o il Corriere vuoi vedere il goal, vuoi vedere in faccia il tipo che ha fatto goal con la palla nell’inquadratura. Quindi è normale che i fotografi puntino a quello, se vogliono vendere. Gli americani, gli inglesi e in parte i francesi hanno sempre avuto dei quotidiani molto più interessanti dei nostri dal punto di vista visivo. Tutti i quotidiani del mondo sono sempre stati molto più attenti all’immagine, ecco perché anche le loro scuole sono migliori della nostra.
Roberto Koch: quello che un pochino manca non è tanto nei fotografi, ma piuttosto nel sistema di produzione della fotografia in Italia, perché un modo di lavorare non perfettamente oliato e sperimentato fa sì che si aprano dei varchi che non sono per l’ingresso nella vita professionale e non sono legati necessariamente alla capacità di lavorare, ma magari più casuali, episodici, legati a una conoscenza così la professione diventa molto più incerta. Allora succede che uno comincia e non sa bene ciò che vuole ottenere. Questo significa anche che non ci sono barriere bensì un terreno vergine che non è facile conquistare. Manca il rapporto con un sistema organizzato e una selezione che avvenga con criteri condivisi e di qualità. Da noi è più facile che ci sia un ingresso nella vita professionale non legato alle capactià. Se uno nasce in America dovrà confrontarsi con una serie di scuole di fotografia costose e non potrà permettersele e avrà un insieme di persone che lo guideranno. Da noi è più un’intuizione. Se penso alla Germania lì c’è un sistema organizzato di gallerie, scuole, istituzioni pubbliche, da noi è un po’ meno organizzato.

Commenti 1
Articolo interessante, al quale si potrebbe aggiungere che se la domanda crea la propria offerta siano spesso gli editori a condizionare la fotografia, se poi ci si mette una certa stampa che usa la fotografia per riempire spazi vuoti….
Postato 02 Feb 2010 at 20:55 ¶Lascia un commento