Conversazione con Marco Garofalo e Alberto Giuliani: un approfondimento sulla chiusura di Grazia Neri

Grazia Neri è uno dei personaggi più rispettati del mondo della fotografia nel nostro Paese e all’estero. La sua prestigiosa agenzia fotogiornalistica, celebre in tutto il mondo, è durata 42 anni. All’inizio di quest’anno lo scomodo ruolo di direttore è stato affidato al figlio Michele Neri che si è trovato a dover affrontare due maggiori difficoltà: il confronto con la figura che lo aveva preceduto e le crisi che si stanno abbattendo sul settore. Ho passato l’ultimo week end al telefono con due fotografi interni al gruppo: il simpaticissimo e bravo Marco Garofalo e l’esperto Alberto Giuliani, uno che si trova in Grazia Neri da dieci anni.

BAPE: Da quanto tempo avevi capito che sarebbe andata a finire così?
Marco Garofalo: In effetti è già da due o tre anni che va avanti questa voce, abbastanza di cattivo gusto, che “la barca affonda”. Tuttavia la cosa è esplosa nell’ultimo mese e in particolare nelle due ultime settimane (questa intervista è del 20 settembree, ndr) e l’ultimo fatto rilevante è stato l’assenza da Perpignan. C’è da dire che Michele Neri con la liquidazione, ed evitando di arrivare al fallimento, sta cercando di preservare i fotografi e il loro lavoro, oltre che il nome dell’azienda.

BAPE: Cosa ne sarà del patrimonio fotografico di Grazia Neri?
Alberto Giuliani: Quello analogico, dopo esser stato selettivamente scansionato e integrato all’archivio digitale ha perso valore economico, ma continuava ancora a possedere un valore storico. Per questo è stato già donato al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo pochi mesi fa. Parte delle stampe sono state ridate ai fotografi, per altre è stato chiesto il consenso ai singoli fotografi. Oggi (lunedì 21 settembre, ndr), si insedia il liquidatore che insieme a Michele Neri cercherà nei prossimi due o tre mesi di chiudere ogni questione amministrativa.
Pur essendo in liquidazione l’agenzia continua a lavorare come sempre, anche nella remota possibilità di sistemare i conti e ricominciare da dove si era lasciato. Ma dubito che avvenga perché i problemi sono diversi.

BAPE: Credi che questo sarà il destino delle altre grandi agenzie fotogiornalistiche? Sia italiane che estere?
Marco Garofalo:
I dinosauri si estinguono. Magnum, grande, americana è in crisi da una vita, senza considerare l’onda lunga della crisi economica nel nostro Paese, che anche grazie al governo che ci ritroviamo si trova soltanto all’inizio.

BAPE: E tu cosa farai?
Marco Garofalo:
Intanto voglio capire bene questa situazione e confrontarmi con gli altri fotografi di Grazia Neri, per capire che clima c’è. A conoscerci siamo in pochi perché l’agenzia aveva moltissimi fotografi che vi collaboravano. Per questo ci incontreremo: anziché farci la guerra tantovale unire le forze per dare vita a qualcosa di nuovo. Io credo in questa idea nuova di fotogiornalista, in grado anche di fare video, di scrivere, di allargare le proprie competenze per poter affrontare ogni tipo di committenza e ricavarne il necessario per continuare i progetti di reportage. Si lavora insieme e si dividono gli utili.

BAPE: I motivi li sappiamo, ma vorresti ricapitolare i perché della crisi del settore, soprattutto nel contesto nazionale?
Marco Garofalo:
Il motivo principale, che è la crisi editoriale, parte da lontano, dagli ultimi due o tre anni. La qualità dei giornali si sta abbassando, sono disposti a pubblicare di tutto, come le foto scattate da cellulare, ma soprattutto si attinge dagli archivi e dalle agenzie di microstock. In Italia tutto questo si somma allo sperpero di denaro e alla nascita di un numero ingiustificato di pubblicazioni in edicola: Il mio cane, il mio gatto, il mio passerotto, donna moderna, donna antica, donna media,… negli altri stati non ci sono mica tutte queste pubblicazioni che, oltretutto, si reggevano sugli allegati e sui gadget. Spero che la crisi spazi via tutti questi sperperi. Se consideri che noi, in Grazia Neri, avevamo soltanto la vendita di immagini, un settore crollato del cinquanta percento, capisci perché già l’anno passato sono stati dimezzati i dipendenti. Contrasto, che vive come tutti questa situazione, cura altri settori come la vendita di libri, i workshop, il Forma e tutta una serie di progetti fotografici rivolti anche mercato commerciale.

Alberto: la crisi dell’editoria di questi anni non è una novità, questo ha incrementato i ritardi nei pagamenti da parte delle agenzie. Nel mezzo c’era Grazia Neri, che invece, per sua regola ci ha sempre tenuto a pagare subito a fine mese i singoli fotografi. Ma il tracollo è iniziato dal primo gennaio. Tutti lo aspettavamo anche se non così improvviso. Un casino: sono stati dimezzati i compensi da parte dei giornali, il tariffario già inesistente subiva delle modifiche pazzesche. Ad esempio io di recente sono stato con una Ong a Kabul insieme a un collega giornalista: abbiamo trovato il giornale interessato che alla fine della trattativa ci siamo accordati per sole duemila euro testo e foto incluse. Poi magari danno ventimila euro per un servizio alla Canalis, ma questo è un altro discorso.
La colpa comunque è anche delle agenzie che hanno avuto anni con un forte potere contrattuale e la possibilità di stabilire un tariffario, ma non ne avevano necessità.
Le agenzie medio-grandi hanno dei costi fissi non più sostenibili. Ad esempio con il digitale non è più necessario avere dieci venditori che girano tra redazioni e che fanno tutto il lavoro di catalogazione. Fino agli anni novanta le redazioni compravano i reportage provenienti da un’agenzia come Grazia Neri senza neppure guardarli, anche soltanto per aggiungerle al loro archivio, poi questa situazione è iniziata a mutare. Le agenzie piccole hanno meno spese, possono pagare due persone per l’amministrazione e uno a provvigione per i contatti online.

BAPE: Come vedi il futuro del fotogiornalismo?
Marco Garofalo:
Il web, il multimedia. La figura del fotografo che fa solo quello e con la sua fotocamera va in giro per il mondo andrà sempre più a diminuire. Bisognerà allargare le proprie competenze perché costa di meno al cliente che non ha più la possibilità di pagare una produzione o uno staff di stampo aziendale. Attualmente alcuni grandi gruppi editoriali stanno investendo fortemente nel web e c’è bisogno di giornalisti multimediali in grado di rispondere alle diverse esigenze in poco tempo e a prezzi competitivi.
Ad esempio io attualmente sono fotografo, videomaker, autore di format tv, etc…

Alberto Giuliani: Ancora i giornali escono e pagano le fotografie anche se poco e poi ci sono altri mercati da esplorare. Io ricordo che già nel 2005 durante un Masterclass MaryAnne Golon, quando era direttrice della fotografia per Time Magazine, disse che il destino delle agenzie era già segnato. E che di lì in poi si sarebbe privileggiato il rapporto diretto tra giornali e fotografi. A mio parere è difficile adesso fare una previsione, ma alla fine le agenzie reduci (ma anche Corbis va malissimo, e ho sentito che Getty non ha profitti) o saranno quelle enormi in grado di attingere a riserve economiche per superare il momento critico oppure saranno quelle con costi di gestione contenuti. Realtà come Grazia Neri, Contrasto e Gamma non ce la fanno. La verità è che la fotografia non dà più da mangiare a tanta gente. Diversi giornali chiuderanno in Italia, un paese il cui mercato editoriale è il terzo per volume nel mondo, è molto importante quello che accade in Italia, ecco perché fatto che Grazia Neri chiuda la dice lunga sulla gestione del tutto.
È molto cambiato il fotogiornalismo, il modo di fare informazione è cambiato: pensa alle immagini di alcuni fra momenti storici più importanti della nostra epoca: Abu Ghraib, lo tzunami nell’oceano indiano, l’11 settembre, sono state prese con telefonini o videocamere amatori sul posto. Ormai è difficilissimo che il fotogiornalista di per sè abbia accesso a determinati luoghi, per uno stile come quello di Letizia Battaglia. Il professionista non ha più accesso a determinati luoghi da quando a tutti è chiaro l’enorme potenziale dei media. Ora il digitale ha creato il citizen journalism, il che è molto interessante, ma significa anche che raccontare un mondo non è più sufficiente, è necessario invece che i reporter lo facciano usando anche la testa e andando a ricercare l’approfondimento, che poi è quello che manca ai giornalisti. Rimpiangiamo redattori come Ettore Mo, ma forse è proprio dai fotoreporter che potremmo aspettarci quel genere di reportage che manca.

Trackbacks & Pingbacks 1

  1. From Il dopo-Grazia Neri si chiama Black Archives | Becoming A Photo Editor on 18 Nov 2009 at 11:15

    [...] che certe notizie devo scoprirle da un sito inglese? Sono quattordici i fotografi che, a tre mesi dall’annuncio di Michele Neri, si sono riuniti insieme sotto il brand Black Archives. Archivi & fotografi italiani. Come si [...]

Lascia un commento

La tua email non sarà mai resa pubblica o visualizzata - I campi obbligatori sono segnati da un *