Per chi non lo conoscesse, What the Duck è il primo papero fotografo dell’era digitale. Qui trovate tutte le sue strisce. BAPE lo ha intervista per voi cari lettori, dopo tanta fiducia e fedeltà ho pensato bene di postare qualcosa di più leggero. Beccatevi l’intervista semiseria!
BAPE: “What The Duck”, ma come ti chiami? Ti presenti?In realtà ho molti nomi: What the Duck, W.T. Duck, Walter Ducket, “Hey you!”
BAPE: Ricordi il primo giorno in cui iniziasti a fotografare? Raccontaci.
Sono nato in una camera oscura, chiamatelo ‘destino’. In seguito si è dimostrata essere un uovo.
BAPE: Qual è il tuo approccio artistico alla tua fotografia, o, in altre parole spiegaci la tua ‘poetica’.
“Fortuna”
BAPE: Il tuo lavoro si potrebbe spiegare come un tentativo di delineare un nuovo approccio all’esistente o alla tensione - all’esistenza tutta, se vogliamo - verso un universo digitale? A tal fine sarebbe auspicabile, oltre che duopo, una tua inclusione, nella risposta, della tua “Metodologia di sapore teoretico e semantico per un Medium Fotografico, altresì inteso nell’accezione vis-à-vis più comunemente intesa”. Lo apprezzerei moltissimo.
Passo il tempo provando a tenera la testa fuori dall’acqua, il che per un papero dovrebbe risultare facile – tranne che per la grande macchina fotografica che porto legata al collo.
BAPE: Da quali artisti trai il tuo modello ispirativo?
Quelli che tirano su un reddito a sei cifre.
BAPE: Quali delle tue immagini realizzate ad oggi preferisci? Potresti mostrarcele e commentarle? Prevedi quali direttive prenderanno nel futuro le tue indagini artistiche?
Meno matrimoni, più ricatti fotografici.
BAPE: Quanto l’immagine statica riesce a condizionare i costumi sociali contemporanei? Ti senti, in qualche modo, un agente sociale del cambiamento, in grado di poter seriamente determinare il cambiamento nelle coscienze?
Mi è difficile cambiare le lenzuola, non so come me la possa cavare con la società.
BAPE: Al momento di operare l’atto fotografico ti impegni maggiormente in una ricerca concettuale tesa all’originalità piuttosto che una chiara funzione riproduttiva del reale?
Faccio fotografie solo per due ragioni: contanti o assegni.
BAPE: Il tuo insegnamento sembra prendere affondare le basi nel concetto per cui “meno significa di più”: ovvero lasciarsi alle spalle qualsiasi archetipo culturale in virtù di una ricerca dell’essenzialità, quadi una sorta di radicale minimalismo fotografico. Sei daccordo con questa mia analisi?
Sì
BAPE: Come fotografo, ti senti più come un imprenditore-papero-rampante, o più un’artista per necessità?
Spesso mi sento un fotografo-mignotta
BAPE: Per finire, ti senti di dare qualche consiglio a quei paperi che stanno iniziando una loro carriera da fotografi?
Scatta a raffica nella speranza che una esca a fortuna.


Commenti 3
what the . . . ?
Postato 11 Giu 2009 at 03:36 ¶Bravissimo per l’intervista. Anche io sono un grande seguace di What the Duck (ne ho parlato varie volte anche sul mio blog). Ottima l’idea del clone italiano di “A photo editor”….
Postato 11 Giu 2009 at 08:48 ¶Grazie Massimo!
Lo sai che il tuo progetto “Refinery Again” mi sembre molto interessante? Hai individuato altre situazioni di adattamento della natura all’influenza dell’uomo sull’ambiente? Direi che l’idea di partenza è originale e che sarebbe da lavorarci molto, poi qualcosa esce… anche da pubblicare.
Una news: ho trovato un accordo con Aaron Johnson, l’autore di What the Duck per cui inizierò a tradurre le sue strisce sul mio blog!
Postato 11 Giu 2009 at 23:14 ¶Trackbacks & Pingbacks 1
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