iPad + Adobe

In molti hanno sorriso di fronte alla notizia del nuovo iPad di Apple, anch’io ho mostrato qualche perplessità.
Questo video non parla specificamente di fotografia, ma di editoria o di ciò che alcuni pensano stia diventando:

Oggi è un video molto figo, tra un po’ diventerà il motivo per cui le redazioni continueranno a somigliare sempre più a uno studio di post produzione (video, audio, 3d modeling, special FX, ecc…), domani potrebbe essere il modo in cui saremo abituati a “sfogliare” il magazine.

L’Europeo in edicola con un numero da collezione

L’Europeo è uno dei grandi esempi editoriali del nostro paese. Ha avuto una lunga storia fatta di mirabili reportage. Nato nel ’45 è stato presente gloriosamente nelle edicole italiane fino al ’95. Dal 2001, sotto la direzione editoriale di Daniele Protti, l’archivio viene ristampato attualizzando e tematizzando ogni uscita. L’Europeo fa parte di una epoca in cui le redazioni includevano i fotografi nel loro staff, che seppur considerati al di sotto dei colleghi di penna, facevano parte a pieno titolo di uno staff editoriale. Oggi tutto questo è finito e il fotografo reporter può essere solo un freelance, una bella espressione per significare un mestiere in cui non si hanno altre possibilità se non quella di accollarsi, le difficoltà progettuali, creative e l’intero rischio economico del reportage. Sono rari gli editori abbastanza bravi e coraggiosi pronti a scommettere sul giornalismo d’inchiesta e di approfondimento, una storia che potremmo sentire quasi identica nel mondo della musica e in quello del cinema.
La qualità si paga e il prezzo di questo magazine è abbastanza elevato, ma chi ama la fotografia non si pentirà di un simile acquisto: sono moltissime le fotografie che ci danno un’idea visiva decisa dell’impronta dei nostri reporter, testi curati e tutt’altro che banali accompagnano un numero da collezione confezionato con sobrietà e gusto.
Un numero che ci aiuta a capire la direzione (o le molte direzioni) intraprese da un medium giovane (solo 150 anni di vita, davvero sono pochi?); una piccola enciclopedia di fatti umani, per lo più drammatici, perché il reportage ha sempre avuto una vocazione sociale votata alla denuncia.

Quella de L’Europeo è un’inziativa che comincia in edicola e prosegue con le stesse immagini (comprendono molte immagini italiane vincitrici in questi 55 anni di WPP, ma non tutte) in una mostra ospitata alla 10b Gallery di Roma a partire dal 12 marzo:
“Alcuni colleghi hanno espresso perplessità sull’iniziativa, parlando di «mancato coinvolgimento della Fondazione World Press Photo» (anche se, da una mia verifica presso l’istituzione, è giunta la smentita della necessità di una sorta di “autorizzazione”), e sulla sua sede.”
Daniele Protti – curatore della mostra e direttore editoriale de L’Europeo

La stessa mostra sarà ospitata da ArtèFoto. Festival Internazionale di Fotogiornalismo a partire dal 28 maggio.

Annuncio di squalifica

Amsterdam, 3 marzo 2010

Il World Press Photo, dopo attenta consultazione con la propria giuria, ha ritenuto necessaria la squalifica di Stepan Rudik, il vincitore del terzo premio nella categoria Sports Features Stories, a causa della violazione delle regole.

A seguito dell’annuncio dei risultati del concorso, è emerso all’attenzione del World Press Photo che le immagini di Rudik hanno violato una regola del concorso. Dopo la richiesta dei file RAW della stessa serie, è divenuto chiaro che un elemento fosse stato rimosso da una delle immagini originali.

La regola afferma: “Il contenuto dell’immagini non può essere alterato. Solo il ritocco (retouching) conforme agli standard attualmente accettati dall’industria saranno ammessi.”

Secondo la giuria, il fotografo si è spinto al di là dei confini di ciò che viene considerato pratica accettabile. Di conseguenza questo giudizio non ha lasciato altra scelta al World Press Photo se non la squalifica di Rudik.

Michiel Munneke, managing director del World Press Photo ha detto: “Dopo attenta valutazione, abbiamo ritenuto imperativa la squalifica del fotografo dal contest. Il principio del World Press Photo è quello di promuovere il più alto standard nel fotogiornalismo. Perciò siamo tenuti a conservare l’integrità della nostra organizzazione anche quando il risultato è spiacevole.”
WorldPressPhoto.org

Qui l’immagine squalificata.  (leggi tra i commenti)

Considerando che sarebbe opportuno vedere il file orginale accanto all’immagine presentata, io condivido la scelta del WPP, che continua a confermare la propria autorevolezza nel fotogiornalismo.

Intervista multipla ai photoeditor. Domanda 7

Attualmente è difficile intraprendere il mestiere del photoeditor. Quali sono le vie praticabili?

Maria Teresa Cerretelli: Questo è un momento critico, ma il photoeditor è una figura centrale per i giornali che utilizzano immagini.

Sandro Iovine: Spazio non mi pare che ce ne sia un gran che, necessità invece ce ne sarebbe di sicuro tantissima. Ma ci vorrebbe anche maggiore professioanlità giornalistica alle spalle e maggiore autonomia decisionale. Cosa poco probabile in un mondo in cui il contatto continuo con i fotografi non può che indurre giustificati sospetti di degradante contagio da parte dei veri giornalisti, ovvero quelli che scrivono. Nelle redazioni se non si ha la pretesa di essere pagati è facile fare stage. Salvo che poi invece di farti fare un lavoro dal quale imparare qualcosa non ti mettano a fare telemarketing o se ti va bene rimettere a posto l’archivio. Non ho strade da consigliare se non quella di imparare bene una lingua e andare all’estero a costruirsi la professione. Una mia studentessa si è iscritta al citato corso per photo editor mentre frequentava con me quelli di comunicazione visiva e reportage e frequenta uno stage presso una nota casa editrice. A quanto mi dice ciò che ha potuto apprendere in quel corso è prossimo allo zero, ma credo che in Italia sia il massimo che si possa fare per puntare a questa professione. Per il resto tanti auguri.

Manuela Fugenzi: Non è facile. Credo che ci sia un certo margine di lavoro all’interno delle agenzie fotografiche, stage gratuiti. Credo che per i vincoli che sono stati imposti sullo stage oggi sia più facile per uno studente che viene dall’Accademia di Grafica di Urbino, piuttosto che l’Accademia di belle Arti di Brera o una scuola di fotografia riconosicuta, le università privatie, come la Luiss che aprono rapporti con realtà professionali. Dal corso di Umberto Eco di Bologna, ad esempio, arrivano stagisti alla Laterza. Tra le istituzioni esiste questo tipo di scambio. Invece sul signolo, la mia esperienza professionale, guardando anche altri giovani è che mentre all’estero un giovane manda un curriculum è ottiente quanto meno un’audizione, qui, in Italia, c’è il cattivo costume di non rispondere. La vedo difficile, quindi.

Gianni Mascolo: Prima di parlare di un discorso formativo, che francamente non conosco, parlerei di un percorso culturale. Abbiamo un grande limite come formazione e sistema che non chiede alla fotografia uno status diverso. Faccio un esempio banale che cito sempre: per l’accesso alla professione giornalistica esistono decine di scuole, ci sono gli stage che l’azienda fa e da cui prende giornalisti per durare uno o due mesi. Alcuni di loro rimangono da noi, non adesso per la crisi. Per la professione giornalistica esistono questi percorsi. La mia esperienza nel Gruppo Espresso, invece mi dice che queste figure sono totalmente assenti per quanto riguarda il fotogiornalismo, non sono proprio previste. In genere da noi chi si occupa dell’organizzazione del settore, per la parte di segreteria, occupa poi anche questo ruolo di ricerca iconografica, non ha niente a che vedere con la professione. Quella persona mi propone il risultato delle sue ricerche e non ha neppure il potere di prendere un servizio o commissionare dei lavori. Sono cose che fa l’Art Director, il responsabile o l’inviato. Quindi quello che vedo per la mia esperienza è un buco totale e culturale. Questa figura è come se fosse un impiccio, un contropotere. Ma non intendo dire che c’è conflittualità, piuttosto è un elemento di cui se ne può fare a meno, “la foto la scegliamo noi, va bene lo stesso”. Il tutto alimentato dal fatto che queste nuove tecnologie rendono tutto più semplice rispetto a prima in cui c’era tutto un movimento di persone e spedizioni. Adesso vai su Corbis, digiti Africa e scegli il colore predominante o il primo piano. La facilità di ricerca è pazzescamente migliorata. Anche se vogliamo una suggestione e non un dettaglio particolare, digitiamo delle parole chiave e troviamo gli spunti per il giornale e non viceversa. Immagina ad esempio quando noi impaginiamo un pezzo di scienza che parla della difficoltà degli adolescenti. Per me è complicato chiedere al photoeditor o fotografo un’immagine su questo tema, ma se vado sulla banca dati e incrocio illustrazioni e foto in bianco e nero sviluppo il concetto da me.

Renata Ferri: È abbastanza difficile, gli stage sono più accessibili nelle agenzie.

Giovanna Calvenzi: Sei mesi fa ti avrei dato una risposta diversa (intervistata realizzata nel giugno 2009, ndr) ma ora è subentrata la crisi dell’editoria per cui le grandi casi editrici devono ridurre i costi. Secondo me no, ma credo che sia un discorso contingente. Fai conto che io avevo una brava assistente, che era giornalista professionista e che lavorava con noi tramite un contratto con una società esterna. Quando la società ha chiuso e lei doveva essere assunta, malgrado stesse con noi da quattro anni e fosse bravissima, le venne proposto un contratto come impiegata segretaria e non come giornalista. Lei non accettò e se ne andò via. La persona che hanno accunto dopo di lei, che è altrettanto brava, ha accettato un contratto da impiegata. Adesso la tendenza è far fare il photoeditor alle segretarie. A meno che non ci sia un direttore forte che non accetta questa cosa. Renata, ad esermpio, ha cominciato a lavorare come photoeditor in anni in cui i direttori non assumevano. Lei ha incontrato una persona forte e convinta nell’assumere un photoeditor vero. Le aziende tendono a tagliare quel tipo di costi.

Roberto Koch: Io mi sono posto questo problema e in Contrasto abbiamo anche creato un percorso, infatti abbiamo sviluppato a Forma, da tre anni propone un corso di fotogiornalismo che però non è rivolto esclusivamente ai fotografi, ma a tutte le figure professionali che si occupano del settore. Abbiamo anche sperimentato che coloro che hanno seguito questo corso hanno poi trovato lavoro come photoeditor. Di recente anche la Luiss, con Internazionale si è attivata in tal senso. Poi ci sono anche molti altri modi, come essere informato sui giornali e gli eventi, sviluppare una conoscenza del settore a cui si aggiunge anche il mondo e la ricchezza di internet come possibiltà di rendersi visibile in molti modi. C’è una varietà di formazione molto più ampia di prima ed è positivo che non ci sia nulla di canonico.

Prima candelina per BAPE

Un anno fa nasceva BecomingAPhotoEditor che oggi è diventato un sito mediamente conosciuto nella fotografia professionale, soprattutto giornalistica. Ne sono molto felice. Ora voi lettori siete arrivati a circa 100 utenti unici al giorno, cento piccoli click, pochi ma buoni.

Alcuni progetti che avevo in porto per questo blog non ancora visto la luce, ma cose come il restilying grafico possono aspettare visto che, in questo caso, il contenuto è più importante della forma.

Ora che mi trovo in un momento di passaggio (sul piano professionale) è probabile che abbia qualche difficoltà a tenere il ritmo e che i miei aggiornamenti saranno un po’ meno regolari, ma la passione resta tutta.

GRAZIE, grazie a tutti voi che mi leggete e auguri a BAPE!

Tim Hetherington vince al Sundance Film Festival


Sebastian Junger è il regista del film La tempesta perfetta e Tim Hetherington, per chi non lo ricordasse, ha vinto un World Press Photo con la celebre immagine del soldato americano mentre stanco e sconvolto si ferma proprio nel bunker soprannominato “Restrepo”, dal nome di un suo compagno ucciso durante un’operazione di guerra. Insieme hanno vinto il Grand Jury Prize, nella sezione “Documentary” all’ultimo Sundance Festival con il loro Retrepo, che racconta lo schieramento di un platone di soldati statunitensi nella valle di Korengal in Afghanistan, considerata una delle più pericolose postazioni di quella guerra.
Spero di vedere questo documentario al più presto visto che in rete se ne parla abbastanza e dato che sembra segnare una svolta nel modo in cui la guerra viene raccontata in video. C’è però una frase di Sebastian Junger che ci incuriosisce ancor di più: “Credo che normalmente le persone presumino che l’effetto più forte della guerra su un individuo sia il dramma vissuto, e di certo seguendo molte guerre ho vissuto spesso la disperazione, ma quest’esperienza in particolare mi ha lasciato un senso di unione assai profondo con quelle persone che non avevo mai sperimentato in vita mia e credo che probabilmente questo sarà l’effetto più durevole e profondo per me.”

Il sito di Restrepo

Il blog di Ellen Boughn

Ellen Boughn

Ellen Boughn

Visto che la discussione su questo sito si è fatta abbastanza nutrita e che un atteggiamento costruttivo fa sempre bene, vi segnalo un post, ma soprattutto un nuovo blog nato oltreoceano.
L’autrice è Ellen Boughn, considerata una guru dell’industria fotografica, ed è vice presidente di Fotolia per il Nord America, un personaggio di quelli da cui imparare molto.

Ma la cosa che mi piace di più è l’atteggiamento che proviene dal tono di questo suo post, lo stimolo che le sue parole riescono a trasmettere e il modo in cui riesce a trattare il marketing. Un ambito in cui l’innovazione rischia di diventare “aria fritta”. Io trovo che questa disciplina sia affascinante. In fondo si tratta di catturare l’attenzione delle persone che poi non è una cosa molto diversa da chi fa il fotografo, vista così.

Se la fotografia fosse la mia attività principale prenderei i consigli di Ellen Boughn e li appenderei nella mia stanza, determinato a seguirli tutti, almeno per un certo un periodo.

…ah, il consiglio vale ancor di più per quelle piccole realtà come i nuovi collettivi di fotoreporter.

Rettifica: mi scuso con Fotolia per le informazioni errate che ho dato in questo post.
la Signora Ellen Boughn non ricopre alcuna posizione nella società Fotolia LLC.
Il vice presidente per il Nord America di Fotolia è il signor Garth Johnson.

Intervista multipla ai photoeditor. Domanda 6

Cosa diresti che manca ai fotografi italiani? Riguardo i temi, lo stile e il modo di lavorare?

Maria Teresa Cerretelli: C’è molta competizione nel campo della fotografia in Italia come all’estero e non credo che manchi qualcosa ai fotografi italiani. La professionalità e la puntualità sono sempre e comunque qualità vincenti, ma questo vale per tutte le professioni. Poi certamente ci sono fotografi più talentuosi di altri.
Noi come gruppo di Photo editor (GRIN) promuoviamo da anni la fotografia italiana attraverso il nostro premio Amilcare Ponchielli, (intestato al primo photo editor italiano) e organizziamo nei festival italiani la videoproiezione dei quindici lavori giunti in finale e questo è un modo per far conoscere fotografi, progetti e stili diversi.

Sandro Iovine: Manca la cultura visiva e spesso non solo quella. Manca l’umiltà di mettersi a studiare per anni senza sentirsi arrivati prima ancora di cominciare. Manca la coscienza che si tratta davvero di un lavoro e che come tale richiede sacrifici non indifferenti se si vuole riuscire. Manca il contatto con una dimensione che sia men che provinciale. Manca spessissimo la coscienza che è di comunicazione che stiamo parlando e che alla base di questa ci sono delle regole, sia pur flessibili e estremamente dinamiche. E in tutto questo vorrei sottolineare che le colpe non sono necessariamente dei singoli, ma in buona parte dell’intero sistema educativo italiano che prevede interessanti programmi di educazione visiva che però nessuno applica. Ho provato un’infinità di volte a chiedere al pubblico di fronte al quale mi sono trovato a parlare a chi fosse stato insegnato a leggere e scrivere nella scuola dell’obbligo e ovviamente tutti mi hanno sempre risposto che si trattava di nozioni che avevano ricevuto. Riformulando la domanda in termini di insegnamento sulla lettura e scrittura di immagini ho trovato solo una volta, a Catania, una ragazza bionda in prima fila che ha alzato la mano. Alla domanda «ma dove hai fatto la scuola dell’obbligo?» rispose «In München». A parte casi limite non credo che il problema siano i temi, lo stile o il modo concreto di lavorare, Semmai le difficoltà derivano dalla capacità di collegare i vari elementi in un unicum. E il problema è più avvertibile all’interno del mondo del fotogiornalismo, dove le derive commerciali para-artistiche stanno assestando il colpo finale a una professionalità già complessa e in crisi.

Manuela Fugenzi: Mentre trovo straordinaria la produzione di fotografia di paesaggio in Italia in cui c’è un ottimo livello d’indagine del territorio: mi riferisco a certe esperienze che sono state rese possibili da un terreno molto fertile che si è creato intorno a certe personalità, ad esempio tutta l’area milanese attorno alla Roberta Valtorta che ha fatto per la regione Lombardia. Poi il lavoro prima ancora fatto da Luigi Ghirri nella zona di Reggio Emilia, la via Emilia. Guido Guidi, Campigotto, i lavori su Venezia, Ravenna, Bologna. Questa fotografia è stata talmente studiata ed è divenuta rigorosa in Italia a tal punto da poterne definire una propria poetica. Non penso solo ai figli di Guido Guidi, di una fotografia fredda, gelida, matematica, ma anche alle sotto correnti artistiche che ne sono derivate. Forte estetica e contentuti importanti, in grado anche di leggere anche l’ordinario. Invece il reportage e la fotografia sociale non riescono a esprimere altrettanto. Anche se ci sono tanti reporter capacissimi, manca la lettura dell’Italia contemporanea. Pochissimi sono i progetti che indagano noi, gli italiani. Io, per esempio, sono stufa delle indagini sugli zingari. Per carità, ho le mie convizioni e sono politicamente schierata, ma è diventato un cliché troppo abusato, mentre poi c’è una strana avversione nei confronti di un argomento come l’immigrazione che è difficile e scontato al tempo stesso. Il fotogiornalismo italiano oggi si deve interrogare, sull’esempio del fotogiornalismo americano che negli ultimi anni ha riflettuto sulla fotografia di guerra, embedded. Io qui faccio molta fatica a trovare materiale sulle nostre città, sul nord, sul sud: l’humus della Lega, i giovani del nord est, questi sono argomenti che latitano nel fotogiornalismo nostrano. Perché in giro ci sono tanti SUV? Non ho un lavoro che mi racconti perché si è arrivati a questo punto. Il problema, torno a dire, è raccontare questi argomeni in modo originale.

Gianni Mascolo: Qualcosa che mi stupisca. Vedo dei temi e un modo di far fotografia molto stanco, cose che mi aspetto già di vedere. Il tema è la prima cosa: io faccio il giornalista e se mi nominano il campo nomade già non mi interessa. Per il mio lavoro è una non-notizia. Se in più la proposta è fatta anche alla stessa maniera le possibilità diventano zero. Manca la sorpresa.

Renata Ferri: Sì. Ai fotografi italiani mancano tantissime cose. È difficile fargliene una colpa perché non ci sono scuole valide, né lo scambio con gli altri fotografi e non c’è una vera comunità di fotografia come avviene in altri paesi. Inoltre si muovono molto poco e vanno poco all’estero, anche perché non hanno dei giornali che li supportano, quindi subiscono dei costi di produzione troppo elevati. É grave poi che i fotografi italiani non raccontino abbastanza l’Italia.

Giovanna Calvenzi: sono delle cose diverse: se pensi alla fotografia in generale, senza pensare a dei possibilit generi, ai fotografi italiani non manca nulla. Ma se penso alla fotografia sportiva che rappresenta il mio lavoro attuale, vedo che ai fotografi italiani manca un certo standard. C’è una parte del mio lavoro che consiste nella ricerca delle immagini relative agli eventi e quindi prendere contatto con chi è specializzato in temi specifici come la formula1 che per una serie di problemi organizzativi, tecnici e di tempi si configura come un campo molto specialistico. Questi tipi di lavori non te l’inventi dall’oggi al domani.
Nella fotografia sportiva gli italiani sono decisamente inferiori ai colleghi inglesi o americani nella qualità dell’immagine finale. Forse solo nell’automobilismo sono competitivi. Ma sai, il problema dei generi professionali è sempre un problema legato ai giornali, infatti i giornali sportivi, in Italia, sono sempre stati prevalentemente quotidiani, sono pochi gli specializzati che hanno bisogno di foto maniacali. Adesso da qualche anno ci sono due giornali che affrontano lo sport in maniera diversa: uno è il mio, Sport Week, e l’altro è un giornale di moto che si chiama Riders che usa un’eccellente fotografia. Quando comperi la Gazzetta o il Corriere vuoi vedere il goal, vuoi vedere in faccia il tipo che ha fatto goal con la palla nell’inquadratura. Quindi è normale che i fotografi puntino a quello, se vogliono vendere. Gli americani, gli inglesi e in parte i francesi hanno sempre avuto dei quotidiani molto più interessanti dei nostri dal punto di vista visivo. Tutti i quotidiani del mondo sono sempre stati molto più attenti all’immagine, ecco perché anche le loro scuole sono migliori della nostra.

Roberto Koch: quello che un pochino manca non è tanto nei fotografi, ma piuttosto nel sistema di produzione della fotografia in Italia, perché un modo di lavorare non perfettamente oliato e sperimentato fa sì che si aprano dei varchi che non sono per l’ingresso nella vita professionale e non sono legati necessariamente alla capacità di lavorare, ma magari più casuali, episodici, legati a una conoscenza così la professione diventa molto più incerta. Allora succede che uno comincia e non sa bene ciò che vuole ottenere. Questo significa anche che non ci sono barriere bensì un terreno vergine che non è facile conquistare. Manca il rapporto con un sistema organizzato e una selezione che avvenga con criteri condivisi e di qualità. Da noi è più facile che ci sia un ingresso nella vita professionale non legato alle capactià. Se uno nasce in America dovrà confrontarsi con una serie di scuole di fotografia costose e non potrà permettersele e avrà un insieme di persone che lo guideranno. Da noi è più un’intuizione. Se penso alla Germania lì c’è un sistema organizzato di gallerie, scuole, istituzioni pubbliche, da noi è un po’ meno organizzato.

What the duck - comic strips (020, 022, 023)

Poveri fotografi

Pubblico di seguito un’email giunta nella mia casella di posta grazie a questo blog.
Non che aggiunga molto ai discorsi già ampiamenti dibattutti, ma questo è anche il luogo della condivisione e io credo che a molti interessi leggere un esempio di come stiano andando le cose nella pratica.

“Ciao presidente,
sono Marco Parente (Unionpress…) per prima cosa incollo qui sotto un’incredibile mail ricevuta dall’agenzia Fotosportmedia di Genova. Richiesta di 200 foto dell’intera provincia per 120 euro!!!!!! Cose incredibili. La mail è del 4 novembre scorso ma mi decido solo oggi a girarla perchè, non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie, ma ho trovato uno che ha accettato questa offerta e contrattando un compenso di euro 150 (!!!!) girerà la provincia fornendo 200 foto all’agenzia.
Questo per le tue (e quelle del direttivo del sindacato) opportune considerazioni.

Vengo poi alla questione Unionpress essendo io uno dei fotografi che, indirettamente, l’amministrazione del Gazzettino ha lasciato a casa a reddito zero con 15 giorni di preavviso. Lascio ovviamente al sindacato il compito di fare chiarezza sulla questione, io voglio fare solo due riflessioni che, sottolineo, sono del tutto personali.
La prima è che sicuramente io abbandonerò definitivamente la professione di fotoreporter e questo non perchè non sia più il lavoro che voglio ma perchè sono ormai convinto che questa non sia più una professione. Il livello dei compensi è talmente ridicolo che non giustifica il mantenimento di un’attività lavorativa e questo è un dato di fatto della realtà che mi circonda e probabilmente in futuro sarà peggio. Ci sarà sempre uno che fa le foto, ma non sarà un fotografo professionalmente inteso, sarà un dopolavorista, uno studente o uno sfaccendato generico che girerà facendo click click. Magari quello sfaccendato sarò io ma la mia professione sarà un’altra. In questo senso mi aggancio alla discussione in corso riguardante la figura dei “giornalisti collaboratori fotografanti”. Provocatoriamente (ma neanche troppo) direi che siccome so scrivere e pure fotografare e dato che entrambe le competenze sono ormai cadute nel dilettantismo sfrenato non avrei problemi ad offrirmi ad un giornale, magari al Gazzettino stesso, come “collaboratore fotografante” e divertirmi a fare il reporter. Tanto ormai è tutto un gioco, non vedo nulla di serio nè nel trattamento dei collaboratori, nè nel trattamento dei fotografi.
La seconda riflessione è collegata alla prima e riguarda lo spessore umano delle persone. Mi trovo oggi ad un passo dal reddito zero anche a causa di due ex colleghi ed ex amici (addirittura uno ex Unionpress) che, probabilmente facevano il palo mentre il “bombarolo” ci piazzava l’ordigno sotto al culo. Un atto di cannibalismo che sicuramente sarà giustificato dalla frase tipica “ma non è colpa mia”, è un dato di fatto che però questi colleghi subentreranno completamente a noi, e da loro nessun avvertimento, nessuna notizia. Un silenzio mortale che darà loro diritto dal primo gennaio di coronare la loro piccola ambizione e il loro piccolo guadagno e che spidesce noi “vecchi” negli inferi della disoccupazione. Ecco la guerra tra poveri! Poveri contro miserabili. Noi poveri economicamente, loro miserabili moralmente (e anche abbastanza poveri economicamente). Ecco perchè dico che siamo alla frutta e che in un tale degrado economico ed umano io non voglio più stare. Ma come dicevo prima non è detto che non vada in giro a fare click click.

Ciao, se lo ritieni divulga pure questa mail io non ho problemi.

Qui sotto il testo della mail di Fotosportmedia

Marco

Ciao,
abbiamo recuperato il tuo recapito fra chi ha collaborato in passato con la nostra agenzia.
Ti chiedo qualche minuto di attenzione per questa RICHIESTA.

Ci hanno chiesto di costruire un archivio di immagini di interesse turistico di TUTTA ITALIA. Oltre ad immagini di paesaggi interessano anche fotografie di opere d’arte, come chiese, castelli e monumenti.
Più precisamente servono 200 foto per ogni provincia d’Italia (che formano un pacchetto che comprende circa 3 foto per ogni comune).
Per ogni provincia il fotografo ha un budget di circa 120 euro.

Ti chiedo quindi:
- se hai già nel tuo archivio questo tipo di lavoro e se sei disponibile a fornircelo;
- se eventualmente sei disponibile a fare le immagini che mancano;
- di indicarci nella risposta quale/i provincia/e copriresti per intero.

Il presidente a cui Marco fa riferiferimento in questa sua email di sfogo è Andrea Merola, corrispondente dell’ansa e presidente GSGIV, Gruppo Informazione Specializzazione Visiva del Veneto. Direi che non c’è molto da aggiungere, a parte i vostri commenti che sono sempre ben accetti.