Come trovi i nuovi fotografi? Quanto tempi dedichi a questa attività? La diffusione delle tecnologie digitali ha aumentato l’esposizione dei fotografi e aspiranti tali. In media, da quanti sei contattato/a? Dai qualche consiglio ai nuovi fotografi per contattare professionisti come te.
Maria Teresa Cerretelli: Tanti sfogliano il giornale e mi contattano direttamente . Tanti giovani e meno giovani li conosco durante le letture portfoli che faccio nei diversi Festival della fotografia e, quando posso, li chiamo per commissionare ritratti o reportage. Poi ci sono i fotografi che mi contattano per preparare o riordinare i loro progetti di fotografia o avere consigli e suggerimenti. È chiaro che in piena lavorazione del giornale non abbiamo tanto tempo in redazione da dedicare a tutti gli aspiranti fotografi.
Sandro Iovine: Nello specifico del mio caso il discorso è particolare. Lavorando in un giornale dedicato alla fotografia è quotidiano l’afflusso spontaneo di immagini. All’interno di questo fiume in piena i fotografi accettabili sono più o meno l’equivalente del contenuto di un contagocce carico a metà. Al di là di questo ci sono occasioni pubbliche di incontro come le letture portfolio, che però troppo spesso hanno vocazione amatoriale, e soprattutto l’incontro prolungato all’interno dell’attività di insegnante, dove è possibile veder crescere ogni tanto qualche personalità interessante. Fare numeri è impossibile, in ogni caso tra una cosa è l’altra parliamo di migliaia di fotografi di varia estrazione e aspirazione incontrati ogni anno. Di questi forse l’uno o due per mille ha reali possibilità di riuscire nella professione. Il consiglio che posso dare a chi aspiri a fare la professione di fotografo è quello di trovarsi un buon lavoro e fotografare per hobby. Per descrivere la situazione professionale del fotografo oggi prendo a prestito le parole che un amico fotografo romano, all’alba dei quant’anni di cui una quindicina spesi nella professione, si sentì dire dalla madre: «Fijo mio, ma quann’è che te trovi ‘n lavoro che te spesi?». Saggezza popolare e conti della serva indubbiamente, ma sia pure in modo ellittico mi sembra una una descrizione perfetta della condizione di fotografo oggi.
Manuela Fugenzi: Io sono sempre stata una free-lance, naturalmente molto dipendeva dal luogo in cui di volta in volta mi sono trovata a lavorare in quel momento della mia vita. Non ti parlo del passato, ma ti basti sapere che proprio ieri ho gettato dei vecchi faldoni del mio studio, degli anni ’90 e mi sono stupita nel rivedere fotocopie, numeri di telefono, foglietti di passaparola (all’epoca avveniva così). Oggi, come tutti, consulto moltissimo il web, le riviste, le agenzie, tutte le newsletter che mi arrivano, i festival sono anche importanti, altre volte leggo i credit sui giornali di immagini che apprezzo. Vengo contattata dai giovani fotografi. Il consiglio che suggerisco a tutti è di farsi un proprio sito per poi tirare su progetti che di volta in volta verranno segnalati a coloro che fanno il mio lavoro. Questo ci permette di creare delle cartelle di indirizzi web preferiti, o per argomento. Successivamente è facile riconttattare quel fotografo, quando ci si ricorda delle sue immagini. Per me è più comodo organizzare i miei indirizzi web preferiti, piuttosto che nelle rubrica.
Gianni Mascolo: Solitamente arrivano richieste di visione via email. Però io farei un passo indietro, perché piuttosto che i nuovi fotografi non conosce neanche quelli vecchi, nel senso che si lavora talmente poco e talmente in automatico che c’è una difficolta poi anche all’interno delle agenzie per valorizzare dei professionisti. Vedo che c’è l’abitudine dalla maggior parte dei giornali di usare i fotografi, per così dire, “di casa”. Questo deriva dall’assenza di un lavoro organico, la questione è che noi commissioniamo talmente poco, rispetto al passato (per motivi economici e culturali), che mi rivolgo per comodità e pigrizia alla stessa agenzia. Avviene anche la conoscenza diretta dei fotografi, soprattutto durante le letture dei portfolio, il grosso limite spesso di queste proposte è che sono scontati o tardivi.
Renata Ferri: Io dedico abbatanza tempo a vedere molti fotografi. Primo perché passo molto tempo nella rete, vedere siti e portfolio online. Se mi interessa Guido Gozzilli, che è uno dei fotografi in mostra (ndr. Ore 3,32 / Reportage Atri Festival, prima edizione), l’ho chiamato e gli ho proposto la mostra. Spesso li trovo su facebook, Twitter, Flickr, moltissime email. Diciamo che cerco di vedere tutto e rispondere a tutti.
Giovanna Calvenzi: non uso internet, ma faccio molte letture portfolio. Cerco di dedicare molto tempo a questa cosa, vedo tutti quelli che mi telefonano, magari li faccio penare tanto tempo, ad esso per esempio mi fermo perché ho un periodo molto poco, due giorni a settimana (ndr. Giugno 2009). Ultimamente cerco di vedere un fotografo al giorno. Prima dedicavo un giorno a settimana all’incontro con i fotografi, ma mi sono accorta che dopo un po’ non associavo più le immagini alle persone. Se mi mandano dei cd o dei progetti, dedico il sabato pomeriggio o la domenica a visionarli; cerco di frequentare quanti più festival ed eventi possibile. Non mi piace molto fare la lettura dei portfolio perché, nonostante mi piaccia l’incontro e lo scambio, ho la sensazione che soprattutto in questa fase attuale molta gente cerchi lavoro. Vorresti poter far lavorare tutti e dato che non puoi, per me diventa frustrante. Tieni conto che nel giornale dove lavoro io produciamo molto, facciamo fare mediamente quattro o cinque servizi a settimana. È un giornale sportivo, ma non commissiono mai l’evento sportivo in sé e a parte un fotografo che è restato dai nove anni della mia collaborazione gli altri fotografi sono cambiati tutti. Per far lavorare un po’ tutti, ma va detto che far lavorare i fotografi, attraverso le commissioni, non significa soltanto essere certi di ottenere un’immagine esattamente adatta al giornale, ma anche avere della gente che è capace di variare e sorprendere in ogni immagine che fa. Non è detto che un dato fotografo, sebbene bravo, proponga il tipo di fotografia che cerco per il mio giornale. Fare il fotoeditor significa ottenere la fotografia giusta per il giornale, non necessariamente per lui stesso. È un aspetto che si tende a sottovalutare, ma che in realtà è un po’ difficile ottenere. E poi è sempre il direttore che ha l’ultima parola. Quindi ti trovi a lavorare con fotografi diversi che cerchi di guidare e indirizzare, ma spesso la qualità del lavoro finale va di pari passo con la capacità che ha il singolo fotografo di organizzarsi: se io devo fare otto ritratti in otto città diverse, mi sarà molto più difficile organizzare da me il lavoro. Preferisco un fotografo un pochino meno bravo sul piano qualitativo, ma che sia in grado di arrangiarsi e che capiscano i miei intenti: come voglio le immagini, la ragione per la quale si cerca quel personaggio, dopodiché dev’essere lui a fare il resto.
Roberto Koch: Nell’organizzazione di Contrasto mi occupo di cercare di capire dove ci sono fotografi interessanti, ma c’è una persona, Giulia Tornari che si occupa della visione e selezione dei nuovi fotografi. I meccanismi sono i più disparati: un premio, l’invio di un portfolio, una pubblicazione, il passaparola, etc… Sono vari i percorsi per cui un fotografo si ritrova in agenzia, bisogna anche trovarsi sul piano professionale, umano, relazionale. Noi cerchiamo fotografi interessanti di per sé più che per il settore di cui si occupano, quindi se troviamo un nuovo ritrattista molto interessante cerchiamo di collaborare con lui anche se ne abbiamo già cinque. Non è che dobbiamo riempire delle caselle.