Il blog di Ellen Boughn

Ellen Boughn

Ellen Boughn

Visto che la discussione su questo sito si è fatta abbastanza nutrita e che un atteggiamento costruttivo fa sempre bene, vi segnalo un post, ma soprattutto un nuovo blog nato oltreoceano.
L’autrice è Ellen Boughn, considerata una guru dell’industria fotografica, ed è vice presidente di Fotolia per il Nord America, un personaggio di quelli da cui imparare molto.

Ma la cosa che mi piace di più è l’atteggiamento che proviene dal tono di questo suo post, lo stimolo che le sue parole riescono a trasmettere e il modo in cui riesce a trattare il marketing. Un ambito in cui l’innovazione rischia di diventare “aria fritta”. Io trovo che questa disciplina sia affascinante. In fondo si tratta di catturare l’attenzione delle persone che poi non è una cosa molto diversa da chi fa il fotografo, vista così.

Se la fotografia fosse la mia attività principale prenderei i consigli di Ellen Boughn e li appenderei nella mia stanza, determinato a seguirli tutti, almeno per un certo un periodo.

…ah, il consiglio vale ancor di più per quelle piccole realtà come i nuovi collettivi di fotoreporter.

Rettifica: mi scuso con Fotolia per le informazioni errate che ho dato in questo post.
la Signora Ellen Boughn non ricopre alcuna posizione nella società Fotolia LLC.
Il vice presidente per il Nord America di Fotolia è il signor Garth Johnson.

Intervista multipla ai photoeditor. Domanda 6

Cosa diresti che manca ai fotografi italiani? Riguardo i temi, lo stile e il modo di lavorare?

Maria Teresa Cerretelli: C’è molta competizione nel campo della fotografia in Italia come all’estero e non credo che manchi qualcosa ai fotografi italiani. La professionalità e la puntualità sono sempre e comunque qualità vincenti, ma questo vale per tutte le professioni. Poi certamente ci sono fotografi più talentuosi di altri.
Noi come gruppo di Photo editor (GRIN) promuoviamo da anni la fotografia italiana attraverso il nostro premio Amilcare Ponchielli, (intestato al primo photo editor italiano) e organizziamo nei festival italiani la videoproiezione dei quindici lavori giunti in finale e questo è un modo per far conoscere fotografi, progetti e stili diversi.

Sandro Iovine: Manca la cultura visiva e spesso non solo quella. Manca l’umiltà di mettersi a studiare per anni senza sentirsi arrivati prima ancora di cominciare. Manca la coscienza che si tratta davvero di un lavoro e che come tale richiede sacrifici non indifferenti se si vuole riuscire. Manca il contatto con una dimensione che sia men che provinciale. Manca spessissimo la coscienza che è di comunicazione che stiamo parlando e che alla base di questa ci sono delle regole, sia pur flessibili e estremamente dinamiche. E in tutto questo vorrei sottolineare che le colpe non sono necessariamente dei singoli, ma in buona parte dell’intero sistema educativo italiano che prevede interessanti programmi di educazione visiva che però nessuno applica. Ho provato un’infinità di volte a chiedere al pubblico di fronte al quale mi sono trovato a parlare a chi fosse stato insegnato a leggere e scrivere nella scuola dell’obbligo e ovviamente tutti mi hanno sempre risposto che si trattava di nozioni che avevano ricevuto. Riformulando la domanda in termini di insegnamento sulla lettura e scrittura di immagini ho trovato solo una volta, a Catania, una ragazza bionda in prima fila che ha alzato la mano. Alla domanda «ma dove hai fatto la scuola dell’obbligo?» rispose «In München». A parte casi limite non credo che il problema siano i temi, lo stile o il modo concreto di lavorare, Semmai le difficoltà derivano dalla capacità di collegare i vari elementi in un unicum. E il problema è più avvertibile all’interno del mondo del fotogiornalismo, dove le derive commerciali para-artistiche stanno assestando il colpo finale a una professionalità già complessa e in crisi.

Manuela Fugenzi: Mentre trovo straordinaria la produzione di fotografia di paesaggio in Italia in cui c’è un ottimo livello d’indagine del territorio: mi riferisco a certe esperienze che sono state rese possibili da un terreno molto fertile che si è creato intorno a certe personalità, ad esempio tutta l’area milanese attorno alla Roberta Valtorta che ha fatto per la regione Lombardia. Poi il lavoro prima ancora fatto da Luigi Ghirri nella zona di Reggio Emilia, la via Emilia. Guido Guidi, Campigotto, i lavori su Venezia, Ravenna, Bologna. Questa fotografia è stata talmente studiata ed è divenuta rigorosa in Italia a tal punto da poterne definire una propria poetica. Non penso solo ai figli di Guido Guidi, di una fotografia fredda, gelida, matematica, ma anche alle sotto correnti artistiche che ne sono derivate. Forte estetica e contentuti importanti, in grado anche di leggere anche l’ordinario. Invece il reportage e la fotografia sociale non riescono a esprimere altrettanto. Anche se ci sono tanti reporter capacissimi, manca la lettura dell’Italia contemporanea. Pochissimi sono i progetti che indagano noi, gli italiani. Io, per esempio, sono stufa delle indagini sugli zingari. Per carità, ho le mie convizioni e sono politicamente schierata, ma è diventato un cliché troppo abusato, mentre poi c’è una strana avversione nei confronti di un argomento come l’immigrazione che è difficile e scontato al tempo stesso. Il fotogiornalismo italiano oggi si deve interrogare, sull’esempio del fotogiornalismo americano che negli ultimi anni ha riflettuto sulla fotografia di guerra, embedded. Io qui faccio molta fatica a trovare materiale sulle nostre città, sul nord, sul sud: l’humus della Lega, i giovani del nord est, questi sono argomenti che latitano nel fotogiornalismo nostrano. Perché in giro ci sono tanti SUV? Non ho un lavoro che mi racconti perché si è arrivati a questo punto. Il problema, torno a dire, è raccontare questi argomeni in modo originale.

Gianni Mascolo: Qualcosa che mi stupisca. Vedo dei temi e un modo di far fotografia molto stanco, cose che mi aspetto già di vedere. Il tema è la prima cosa: io faccio il giornalista e se mi nominano il campo nomade già non mi interessa. Per il mio lavoro è una non-notizia. Se in più la proposta è fatta anche alla stessa maniera le possibilità diventano zero. Manca la sorpresa.

Renata Ferri: Sì. Ai fotografi italiani mancano tantissime cose. È difficile fargliene una colpa perché non ci sono scuole valide, né lo scambio con gli altri fotografi e non c’è una vera comunità di fotografia come avviene in altri paesi. Inoltre si muovono molto poco e vanno poco all’estero, anche perché non hanno dei giornali che li supportano, quindi subiscono dei costi di produzione troppo elevati. É grave poi che i fotografi italiani non raccontino abbastanza l’Italia.

Giovanna Calvenzi: sono delle cose diverse: se pensi alla fotografia in generale, senza pensare a dei possibilit generi, ai fotografi italiani non manca nulla. Ma se penso alla fotografia sportiva che rappresenta il mio lavoro attuale, vedo che ai fotografi italiani manca un certo standard. C’è una parte del mio lavoro che consiste nella ricerca delle immagini relative agli eventi e quindi prendere contatto con chi è specializzato in temi specifici come la formula1 che per una serie di problemi organizzativi, tecnici e di tempi si configura come un campo molto specialistico. Questi tipi di lavori non te l’inventi dall’oggi al domani.
Nella fotografia sportiva gli italiani sono decisamente inferiori ai colleghi inglesi o americani nella qualità dell’immagine finale. Forse solo nell’automobilismo sono competitivi. Ma sai, il problema dei generi professionali è sempre un problema legato ai giornali, infatti i giornali sportivi, in Italia, sono sempre stati prevalentemente quotidiani, sono pochi gli specializzati che hanno bisogno di foto maniacali. Adesso da qualche anno ci sono due giornali che affrontano lo sport in maniera diversa: uno è il mio, Sport Week, e l’altro è un giornale di moto che si chiama Riders che usa un’eccellente fotografia. Quando comperi la Gazzetta o il Corriere vuoi vedere il goal, vuoi vedere in faccia il tipo che ha fatto goal con la palla nell’inquadratura. Quindi è normale che i fotografi puntino a quello, se vogliono vendere. Gli americani, gli inglesi e in parte i francesi hanno sempre avuto dei quotidiani molto più interessanti dei nostri dal punto di vista visivo. Tutti i quotidiani del mondo sono sempre stati molto più attenti all’immagine, ecco perché anche le loro scuole sono migliori della nostra.

Roberto Koch: quello che un pochino manca non è tanto nei fotografi, ma piuttosto nel sistema di produzione della fotografia in Italia, perché un modo di lavorare non perfettamente oliato e sperimentato fa sì che si aprano dei varchi che non sono per l’ingresso nella vita professionale e non sono legati necessariamente alla capacità di lavorare, ma magari più casuali, episodici, legati a una conoscenza così la professione diventa molto più incerta. Allora succede che uno comincia e non sa bene ciò che vuole ottenere. Questo significa anche che non ci sono barriere bensì un terreno vergine che non è facile conquistare. Manca il rapporto con un sistema organizzato e una selezione che avvenga con criteri condivisi e di qualità. Da noi è più facile che ci sia un ingresso nella vita professionale non legato alle capactià. Se uno nasce in America dovrà confrontarsi con una serie di scuole di fotografia costose e non potrà permettersele e avrà un insieme di persone che lo guideranno. Da noi è più un’intuizione. Se penso alla Germania lì c’è un sistema organizzato di gallerie, scuole, istituzioni pubbliche, da noi è un po’ meno organizzato.

What the duck - comic strips (020, 022, 023)

Poveri fotografi

Pubblico di seguito un’email giunta nella mia casella di posta grazie a questo blog.
Non che aggiunga molto ai discorsi già ampiamenti dibattutti, ma questo è anche il luogo della condivisione e io credo che a molti interessi leggere un esempio di come stiano andando le cose nella pratica.

“Ciao presidente,
sono Marco Parente (Unionpress…) per prima cosa incollo qui sotto un’incredibile mail ricevuta dall’agenzia Fotosportmedia di Genova. Richiesta di 200 foto dell’intera provincia per 120 euro!!!!!! Cose incredibili. La mail è del 4 novembre scorso ma mi decido solo oggi a girarla perchè, non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie, ma ho trovato uno che ha accettato questa offerta e contrattando un compenso di euro 150 (!!!!) girerà la provincia fornendo 200 foto all’agenzia.
Questo per le tue (e quelle del direttivo del sindacato) opportune considerazioni.

Vengo poi alla questione Unionpress essendo io uno dei fotografi che, indirettamente, l’amministrazione del Gazzettino ha lasciato a casa a reddito zero con 15 giorni di preavviso. Lascio ovviamente al sindacato il compito di fare chiarezza sulla questione, io voglio fare solo due riflessioni che, sottolineo, sono del tutto personali.
La prima è che sicuramente io abbandonerò definitivamente la professione di fotoreporter e questo non perchè non sia più il lavoro che voglio ma perchè sono ormai convinto che questa non sia più una professione. Il livello dei compensi è talmente ridicolo che non giustifica il mantenimento di un’attività lavorativa e questo è un dato di fatto della realtà che mi circonda e probabilmente in futuro sarà peggio. Ci sarà sempre uno che fa le foto, ma non sarà un fotografo professionalmente inteso, sarà un dopolavorista, uno studente o uno sfaccendato generico che girerà facendo click click. Magari quello sfaccendato sarò io ma la mia professione sarà un’altra. In questo senso mi aggancio alla discussione in corso riguardante la figura dei “giornalisti collaboratori fotografanti”. Provocatoriamente (ma neanche troppo) direi che siccome so scrivere e pure fotografare e dato che entrambe le competenze sono ormai cadute nel dilettantismo sfrenato non avrei problemi ad offrirmi ad un giornale, magari al Gazzettino stesso, come “collaboratore fotografante” e divertirmi a fare il reporter. Tanto ormai è tutto un gioco, non vedo nulla di serio nè nel trattamento dei collaboratori, nè nel trattamento dei fotografi.
La seconda riflessione è collegata alla prima e riguarda lo spessore umano delle persone. Mi trovo oggi ad un passo dal reddito zero anche a causa di due ex colleghi ed ex amici (addirittura uno ex Unionpress) che, probabilmente facevano il palo mentre il “bombarolo” ci piazzava l’ordigno sotto al culo. Un atto di cannibalismo che sicuramente sarà giustificato dalla frase tipica “ma non è colpa mia”, è un dato di fatto che però questi colleghi subentreranno completamente a noi, e da loro nessun avvertimento, nessuna notizia. Un silenzio mortale che darà loro diritto dal primo gennaio di coronare la loro piccola ambizione e il loro piccolo guadagno e che spidesce noi “vecchi” negli inferi della disoccupazione. Ecco la guerra tra poveri! Poveri contro miserabili. Noi poveri economicamente, loro miserabili moralmente (e anche abbastanza poveri economicamente). Ecco perchè dico che siamo alla frutta e che in un tale degrado economico ed umano io non voglio più stare. Ma come dicevo prima non è detto che non vada in giro a fare click click.

Ciao, se lo ritieni divulga pure questa mail io non ho problemi.

Qui sotto il testo della mail di Fotosportmedia

Marco

Ciao,
abbiamo recuperato il tuo recapito fra chi ha collaborato in passato con la nostra agenzia.
Ti chiedo qualche minuto di attenzione per questa RICHIESTA.

Ci hanno chiesto di costruire un archivio di immagini di interesse turistico di TUTTA ITALIA. Oltre ad immagini di paesaggi interessano anche fotografie di opere d’arte, come chiese, castelli e monumenti.
Più precisamente servono 200 foto per ogni provincia d’Italia (che formano un pacchetto che comprende circa 3 foto per ogni comune).
Per ogni provincia il fotografo ha un budget di circa 120 euro.

Ti chiedo quindi:
- se hai già nel tuo archivio questo tipo di lavoro e se sei disponibile a fornircelo;
- se eventualmente sei disponibile a fare le immagini che mancano;
- di indicarci nella risposta quale/i provincia/e copriresti per intero.

Il presidente a cui Marco fa riferiferimento in questa sua email di sfogo è Andrea Merola, corrispondente dell’ansa e presidente GSGIV, Gruppo Informazione Specializzazione Visiva del Veneto. Direi che non c’è molto da aggiungere, a parte i vostri commenti che sono sempre ben accetti.

Intervista multipla ai photoeditor. Domanda 5

Come trovi i nuovi fotografi? Quanto tempi dedichi a questa attività? La diffusione delle tecnologie digitali ha aumentato l’esposizione dei fotografi e aspiranti tali. In media, da quanti sei contattato/a? Dai qualche consiglio ai nuovi fotografi per contattare professionisti come te.

Maria Teresa Cerretelli: Tanti sfogliano il giornale e mi contattano direttamente . Tanti giovani e meno giovani li conosco durante le letture portfoli che faccio nei diversi Festival della fotografia e, quando posso, li chiamo per commissionare ritratti o reportage. Poi ci sono i fotografi che mi contattano per preparare o riordinare i loro progetti di fotografia o avere consigli e suggerimenti. È chiaro che in piena lavorazione del giornale non abbiamo tanto tempo in redazione da dedicare a tutti gli aspiranti fotografi.

Sandro Iovine: Nello specifico del mio caso il discorso è particolare. Lavorando in un giornale dedicato alla fotografia è quotidiano l’afflusso spontaneo di immagini. All’interno di questo fiume in piena i fotografi accettabili sono più o meno l’equivalente del contenuto di un contagocce carico a metà. Al di là di questo ci sono occasioni pubbliche di incontro come le letture portfolio, che però troppo spesso hanno vocazione amatoriale, e soprattutto l’incontro prolungato all’interno dell’attività di insegnante, dove è possibile veder crescere ogni tanto qualche personalità interessante. Fare numeri è impossibile, in ogni caso tra una cosa è l’altra parliamo di migliaia di fotografi di varia estrazione e aspirazione incontrati ogni anno. Di questi forse l’uno o due per mille ha reali possibilità di riuscire nella professione. Il consiglio che posso dare a chi aspiri a fare la professione di fotografo è quello di trovarsi un buon lavoro e fotografare per hobby. Per descrivere la situazione professionale del fotografo oggi prendo a prestito le parole che un amico fotografo romano, all’alba dei quant’anni di cui una quindicina spesi nella professione, si sentì dire dalla madre: «Fijo mio, ma quann’è che te trovi ‘n lavoro che te spesi?». Saggezza popolare e conti della serva indubbiamente, ma sia pure in modo ellittico mi sembra una una descrizione perfetta della condizione di fotografo oggi.

Manuela Fugenzi: Io sono sempre stata una free-lance, naturalmente molto dipendeva dal luogo in cui di volta in volta mi sono trovata a lavorare in quel momento della mia vita. Non ti parlo del passato, ma ti basti sapere che proprio ieri ho gettato dei vecchi faldoni del mio studio, degli anni ’90 e mi sono stupita nel rivedere fotocopie, numeri di telefono, foglietti di passaparola (all’epoca avveniva così). Oggi, come tutti, consulto moltissimo il web, le riviste, le agenzie, tutte le newsletter che mi arrivano, i festival sono anche importanti, altre volte leggo i credit sui giornali di immagini che apprezzo. Vengo contattata dai giovani fotografi. Il consiglio che suggerisco a tutti è di farsi un proprio sito per poi tirare su progetti che di volta in volta verranno segnalati a coloro che fanno il mio lavoro. Questo ci permette di creare delle cartelle di indirizzi web preferiti, o per argomento. Successivamente è facile riconttattare quel fotografo, quando ci si ricorda delle sue immagini. Per me è più comodo organizzare i miei indirizzi web preferiti, piuttosto che nelle rubrica.

Gianni Mascolo: Solitamente arrivano richieste di visione via email. Però io farei un passo indietro, perché piuttosto che i nuovi fotografi non conosce neanche quelli vecchi, nel senso che si lavora talmente poco e talmente in automatico che c’è una difficolta poi anche all’interno delle agenzie per valorizzare dei professionisti. Vedo che c’è l’abitudine dalla maggior parte dei giornali di usare i fotografi, per così dire, “di casa”. Questo deriva dall’assenza di un lavoro organico, la questione è che noi commissioniamo talmente poco, rispetto al passato (per motivi economici e culturali), che mi rivolgo per comodità e pigrizia alla stessa agenzia. Avviene anche la conoscenza diretta dei fotografi, soprattutto durante le letture dei portfolio, il grosso limite spesso di queste proposte è che sono scontati o tardivi.

Renata Ferri: Io dedico abbatanza tempo a vedere molti fotografi. Primo perché passo molto tempo nella rete, vedere siti e portfolio online. Se mi interessa Guido Gozzilli, che è uno dei fotografi in mostra (ndr. Ore 3,32 / Reportage Atri Festival, prima edizione), l’ho chiamato e gli ho proposto la mostra. Spesso li trovo su facebook, Twitter, Flickr, moltissime email. Diciamo che cerco di vedere tutto e rispondere a tutti.

Giovanna Calvenzi: non uso internet, ma faccio molte letture portfolio. Cerco di dedicare molto tempo a questa cosa, vedo tutti quelli che mi telefonano, magari li faccio penare tanto tempo, ad esso per esempio mi fermo perché ho un periodo molto poco, due giorni a settimana (ndr. Giugno 2009). Ultimamente cerco di vedere un fotografo al giorno. Prima dedicavo un giorno a settimana all’incontro con i fotografi, ma mi sono accorta che dopo un po’ non associavo più le immagini alle persone. Se mi mandano dei cd o dei progetti, dedico il sabato pomeriggio o la domenica a visionarli; cerco di frequentare quanti più festival ed eventi possibile. Non mi piace molto fare la lettura dei portfolio perché, nonostante mi piaccia l’incontro e lo scambio, ho la sensazione che soprattutto in questa fase attuale molta gente cerchi lavoro. Vorresti poter far lavorare tutti e dato che non puoi, per me diventa frustrante. Tieni conto che nel giornale dove lavoro io produciamo molto, facciamo fare mediamente quattro o cinque servizi a settimana. È un giornale sportivo, ma non commissiono mai l’evento sportivo in sé e a parte un fotografo che è restato dai nove anni della mia collaborazione gli altri fotografi sono cambiati tutti. Per far lavorare un po’ tutti, ma va detto che far lavorare i fotografi, attraverso le commissioni, non significa soltanto essere certi di ottenere un’immagine esattamente adatta al giornale, ma anche avere della gente che è capace di variare e sorprendere in ogni immagine che fa. Non è detto che un dato fotografo, sebbene bravo, proponga il tipo di fotografia che cerco per il mio giornale. Fare il fotoeditor significa ottenere la fotografia giusta per il giornale, non necessariamente per lui stesso. È un aspetto che si tende a sottovalutare, ma che in realtà è un po’ difficile ottenere. E poi è sempre il direttore che ha l’ultima parola. Quindi ti trovi a lavorare con fotografi diversi che cerchi di guidare e indirizzare, ma spesso la qualità del lavoro finale va di pari passo con la capacità che ha il singolo fotografo di organizzarsi: se io devo fare otto ritratti in otto città diverse, mi sarà molto più difficile organizzare da me il lavoro. Preferisco un fotografo un pochino meno bravo sul piano qualitativo, ma che sia in grado di arrangiarsi e che capiscano i miei intenti: come voglio le immagini, la ragione per la quale si cerca quel personaggio, dopodiché dev’essere lui a fare il resto.

Roberto Koch: Nell’organizzazione di Contrasto mi occupo di cercare di capire dove ci sono fotografi interessanti, ma c’è una persona, Giulia Tornari che si occupa della visione e selezione dei nuovi fotografi. I meccanismi sono i più disparati: un premio, l’invio di un portfolio, una pubblicazione, il passaparola, etc… Sono vari i percorsi per cui un fotografo si ritrova in agenzia, bisogna anche trovarsi sul piano professionale, umano, relazionale. Noi cerchiamo fotografi interessanti di per sé più che per il settore di cui si occupano, quindi se troviamo un nuovo ritrattista molto interessante cerchiamo di collaborare con lui anche se ne abbiamo già cinque. Non è che dobbiamo riempire delle caselle.

Nasce LUZphoto. Alberto Giuliani parla della nuova agenzia che si occuperà di fotogiornalismo, ma non solo

La crisi è una fase da cui possono scaturire due strade differenti: la decadenza o la ripresa. Ecco perché sono convinto che aldilà delle scommesse sulle nuove frontiere del web, alla fine sono le singole persone e le loro storia a fare la differenza.
Questa è la trascrizione della chiacchierata telefonica che ho avuto con Alberto:

Raccontami del nuovo progetto a cui stai lavorando con alcuni dei fotografi ex-Grazia Neri.
È una nuova agenzia, si chiamerà LUZphoto e comprende quindici fotografi che venivano dall’esperienza con Grazia Neri più vari stranieri. Il vantaggio per noi è stato quello di poter usufruire della stessa piattaforma digitale che utilizzavamo in precedenza, infatti l’archivio principale continuerà a essere su picturemaxx, uno dei più grandi server al mondo per agenzie fotografiche. Grazia Neri, anziché chiudere il contratto e cancellarne il contenuto, ha passato tutto a noi permettendoci un considerevole risparmio in termini economici e logistici. Per assurdo potremmo iniziare a vendere le foto già da oggi.
La nuova entità si muoverà certamente nell’ambito editoriale, perché è il mercato che conosciamo e sul quale riusciamo a fare previsioni, ma vogliamo investire anche altrove: multimedia, aziende, corporate, collezionismo, workshop. Ma è ancora presto per elencare le nostre attività, questo è il momento di tirar fuori le idee.

Nell’intervista sulla chiusura di Œil public, Guillaume Herbaut ha detto che dopo le agenzie, ora sono i collettivi a non essere più economicamente sostenibili, cosa ne pensi?
Inizialmente abbiamo valutato l’idea di riunirci in un collettivo di pochi fotografi, ma abbiamo concluso che ciò funziona soltanto se i fotografi sono già ben inseriti e strutturati nel mercato mondiale. In una situazione intermedia la situazione diventa troppo difficile, perché, in sostanza, mancano i soldi da investire.

Mi parli dei soci fondatori e del resto dei componenti?
Siamo quattro fondatori. Andrea Amato si occuperà della parte commerciale, nella sua vita si è sempre occupato di network e ha lavorato con alcune radio private nazionali. Roberto Minetto è il quarto socio ed è il fondatore della più importante casa editrice di architettura e design, inoltre è l’investitore di maggioranza, lui ha una serie di aziende nell’editoria. Il suo supporto è stato di grande aiuto nel risolvere questioni di carattere burocratico, amministrativo e legale; non partecipa alla parte creativa, ma sa prendere decisioni finalizzate a massimizzare gli investimenti. Giovanni Picchi era il responsabile informatico di Grazia Neri. Infine io mi occuperò di seguire i fotografi e di gestire tutta la linea editoriale

Perché il nome LUZphoto?
Sarebbe stato troppo lungo e laborioso fare un sondaggio tra tutti i fotografi alla ricerca di un nome che fosse migliore di un altro. Volevamo iniziare a lavorare subito alla sostanza, quindi abbiamo scelto proprio il nome che usavamo tra noi, durante gli incontri precendenti, per riferirci alla nuova agenzia. Nella tradizione biblica rappresenta luz è il nome di un piccolo osso alla base della colonna vertebrale, l’osso più duro, dal quale rinascerà la vita.

Ancora oggi non è chiaro quale sarà il business principale di un settore come il fotogiornalismo. Ma c’è un’idea portata avanti soprattutto dalla parte milanese di Contrasto, da Denis Curti, ovvero quella dei progetti strutturati di comunicazione, in cui l’agenzia fotogiornalistica si avvicina idealmente a una vera e propria agenzia di comunicazione e si occupa di trovare committenti e lavori a lungo termine. È una delle vie a cui pensa LUZphoto?
Certo. Mentre noi ci muoviamo in questo senso le aziende e le istituzioni hanno sempre più bisogno di una comunicazione che non si limiti al manifesto pubblicitario o allo spot radiofonico, hanno invece bisogno di comunicare un messaggio forte in modo creativo, coinvolgente e a volte complesso.

Quando verrà presentata l’agenzia?
Probabilmente tra circa un paio di settimane faremo l’annuncio ufficiale, ma tutta la struttura e il sito saranno pronti forse tra un paio di mesi.

Berlusconistan. La leadership di Berlusconi spiegata per immagini

Come fa Berlusconi a raccogliere tanto consenso? Si chiedono numerosi giornali esteri e una parte dell’opinione pubblica nostrana. Come dice Galimberti in una recente intervista ad AnnoZero:
“Non c’è dubbio che Berlusconi sia una persona carismatica e quindi produce amore e odio, che si muovono nella scenario dell’irrazionale”.
Il lavoro in corso di Simone Donati, Berlusconistan iniziato a Marzo 2009, per coprire una convention di formazione del PDL a Roma, va in questa direzione e ci mostra da dentro il popolo dei forzisti, “delle libertà”, o se preferite “dell’amore”. Dopo le europee di Giugno quegli scatti iniziarono a prendere la forma di un vero e proprio progetto fotografico che poteva essere portato avanti. “Penso che sarà terminato quando terminerà la carriera di Berlusconi ma chissà, la politica per certi versi mi affascina, quindi non metto limiti…”, mi ha scritto l’autore in un’email.

Simone DonatiSimone Donati ha iniziato la carriera professionale con un contratto di internship in Magnum, dopo aver frequentato la scuola Marangoni di Firenze. Oggi fa parte del collettivo Terraproject nato dall’unione di amici, che poi sono diventati colleghi: “È stato ed è tuttora molto utile far parte di un collettivo per la pratica quasi quotidiana di confronto e di sostegno che si è creata fra di noi.” Riguardo alla rivoluzione in corso del settore fotogiornalistico, “Peggio di così non so se può andare…Grazia Neri, Oeil Public che chiudono, e crisi dell’editoria non aiutano di certo. Io però sono positivo, penso che ne usciremo, soprattutto se in Italia si riuscirà a sfruttare a pieno il potenziale del web, che non è poco.”
Il futuro vedrà la continuazione di Berlusconistan e una serie di storie sull’universo “casa” in Italia, ideate e portate avanti con tutto il gruppo di Terraproject.

Il sito di Terraproject
Il profilo di Simone Donati

Chiude l’agenzia Œil public: senza una forte domanda, il collettivo di fotografi non ha più senso

Photo: Dominic Nahr

Photo: Dominic Nahr


L’annuncio è stato dato poco prima di Natale. Œil public, la agenzia fotografica francese piccola ma dalla grande tradizione chiuderà il suo bilancio nel mese di gennaio 2010. Già a luglio, per i motivi che mi sono stufato di elencare, la struttura aveva licenziato quattro dei suoi dipendenti. Dopo mesi di riflessione e un anno particolarmente difficile, con vendite diminuite del 50%, gli otto membri dell’agenzia hanno preso la difficile decisione.

Œil public agli occhi del mondo della fotografia francese è un simbolo: fondata nel 1995, rappresenta uno fra i collettivi fotografici di maggior successo degli ultimi dieci anni, attualmente ne fanno parte i fotografi: Karim Ben Khelifa, Samuel Bollendorff, Philippe Brault, Guillaume Herbaut, Dominic Nahr, Johann Rousselot, Jérôme Sessini e Michael Zumstein.

Il sito di Oeil Public

Il sito di Oeil Public

Guillaume Herbaut in un’interessantissima intervista a Photographie.com ha parlato a chiare lettere, sfatando anche alcune convinzioni che attualmente circolano nell’ambiente fotografico nostrano. Secondo Herbault il tempo dei collettivi formati da un numero limitato di professionisti sarebbe finito: come gli anni novanta avevano segnato l’inizio del declino delle grandi agenzie, così oggi avviene per i collettivi. Oggi vi è la necessità di fronteggiare un’industria editoriale che preferisce sempre risparmiare o limitare i danni piuttosto che perseguire la strada della fotografia d’autore. Da parte dei fotoreporter non ha più senso continuare ad annaspare in un mercato dominato dai due giganti del web. Ma - prosegue Herbault - dietro questa decisione non c’è tristezza, non soltanto perlomeno. In realtà c’è anche la voglia e la convinzione di raccogliere una sfida a continuare, come sempre, la via del reportage di qualità. Solo che è inutile combattere per creare strutture la cui unica finalità è quella di distribuire raccolte d’immagini a dipartimenti fotografici sempre più ridotti all’osso, se non del tutto cancellati. La persona che oggi seleziona immagini attraverso i grandi canali online, sostituisce il pool di photoeditor di un tempo e assai difficilmente arriverà alla quantità dei piccoli collettivi, che comunque vendono a prezzi non competitivi.
In Œil public lo scopo è sempre stato quello di produrre le storie, invece di lottare per un quarto di pagina in una rivista.

Spero di aver sintetizzato sufficientemente bene le parole di Guillaume Herbaut, da parte mia prevedo che la vita per i collettivi sarà piuttosto dura in questo 2010, ma che questo porterà a una dura selezione, più che all’estinzione.

Le immagini del 2009 di Œil public le trovate qui.

What the duck - comic strips (017, 018, 019)


Intervista doppia a Gianmarco Maraviglia e Christian Caujolle: due agenzie e due storie diverse a confronto

Gianmarco Maraviglia è general manager dell’agenzia ParalleloZero, nata a Milano nel 2007 rappresenta una delle nuove realtà del fotogiornalismo, quella dei collettivi composti da pochi reporter.
Christian Caujolle non ha certo bisogno di presentazioni, in ogni caso ne ho già parlato qui. L’ho intervistato come fondatore della storica Agence Vu’.
Inizialmente non avevo in mente questo accostamento, ma mi è sembrato un modo interessante per capire ancora una volta le differenze tra i due momenti storici, le culture e i luoghi differenti.

BAPE: Che tipo di struttura avete dato all’agenzia al momento della sua fondazione per differenziarla dalle altre?

Gianmarco Maraviglia: L’idea era di superare le grandi agenzie per rivolgerci direttamente ai nostri clienti, gli editori, ma anche fare una sorta di collettivo, sulla scia di ciò che accade già da molto tempo in Francia. La libertà di scegliersi le storie e muoversi come gruppo. Tanto è vero che abbiamo degli accordi chiarissimi con un’altra agenzia, The Cover Story, che ci rappresenta solo in alcune zone del mondo. Non è solo un motivo economico, spesso quando finisci nel calderone di una grande agenzia succede che la tua singola storia si perde, noi non lo vogliamo.

Credi che le dimensioni delle agenzie cambieranno nel futuro?
Gianmarco Maraviglia: No, per il momento vogliamo restare con i quattro fotografi originari. Ci sono dei progetti futuri che prevedono l’allargamento, però l’idea è di rappresentare alcuni reporter giovanissimi stranieri esclusivamente in Italia. E qui è una parte del mio lavoro, io giro i festival e gli eventi del caso per vedere i lavoro di giovani che non hanno mercato, nè distribuzione.

Christian Caujolle: In effetti le dimensioni delle agenzie sono già cambiate. Sono strutture organizzate sulla produzione e sulla distribuzione. I fotografi si concentreranno nella produzione, anche con il supporto dell’agenzia che però sarà concentrata molto di più sulla distribuzione, che è poi la difficoltà maggiore al momento e l’attività che richiede moltissimo tempo, attenzione e conoscenze. Il progetto sarà trattato dall’agenzia per un fine commerciale, rivolto al mercato.

Credi che per il singolo fotografo, per chi vuole dedicarsi alla professione del fotogiornalista, sia importante impegnarsi ad entrare in una piccola agenzia (come periodo decisivo della propria formazione) o meglio unirsi a un collettivo?
Gianmarco Maraviglia: Non ce la fai nella grande agenzia, c’è un filtro all’ingresso impenetrabile. Il mercato è saturo di storie, i soldi sono pochi. E poi ogni nuovo fotografo significa promozione, caricamento su sito, distribuzione, accordi internazionali, etc. Per l’agenzia è già un costo. Il meglio è scegliersi una o due belle storie, bussare alle porte e chiedere dei photoeditor. Poi l’agenzia ti prende se già hai pubblicato qualcosa.

Christian Caujolle: Io penso che dipenda tutto da ciò che il fotografo vuole fare. Nel campo del fotogiornalismo comunque è importante fare due o tre anni di esperienza nella grandi agenzie di distribuzione come Associated Press, AFP… e in un quotidiano. Serve a capire i tempi di lavoro, soprattutto se si mira al tipo di fotografia documentaristica. Altre realtà che possono essere molto utili in tal senso sono dei periodi di esperienza in una ONG o in una fondazione. Ma l’esperienza che ritengo più importante ai fini della tua domanda è quella nella redazione di un quotidiano.

I due aspetti più importanti riguardo al drastico abbassamento dei compensi per i fotografi sono la crisi economica e quella editoriale. Secondo te esistono giornali o agenzie che esasperano le crisi per lucrare e speculare?
Gianmarco Maraviglia: É vero fino a un certo punto. Tutto questo viene sfruttato dai giornali, non dalle agenzie che prendeno sempre la stessa percentuale dal giornale, non è che l’agenzia può ancor di più lucrare.
I giornali lo fanno molto più di quello che la crisi dovrebbe generare: posti di lavoro e compensi.
Ci sono anche giornali che stanno chiudendo, evidentemente qualcosa di vero c’è.

Christian Caujolle: No, non ci credo. Sfortunatamente quello dell’informazione è un settore in cui non si lucra.

Noti una standardizzazione e un abbassamente generale nella qualità dei contenuti editoriali e delle immagini?
Gianmarco Maraviglia: È abbastanza vero, se parliamo poi del mecato italiano, non c’è spazio per l’approfondimento. Noi stiamo lavorando abbastanza all’estero dove il mercato è più maturo e si riescono a capire le esigenze del mercato per poi creare un prodotto vendibile.

Christian Caujolle: Certo. Questo oggi avviene in molti campi, come nelle pagine culturali dei giornali: solitamente ci sono poche immagini che provengono dagli uffici stampa. I giornali non pagano più per le immagini, lo fanno pochissimo e per mezzo di contratti in abbonamente con grandi agenzie che distribuiscono le immagini in stock. Quando lavoravo per Libération avevo un budget che mi permetteva di commissionare e produrre da me le immagini.

Riguardo al fallimento di Grazia Neri devo dire che sono molto, molto triste.

ParalleloZero

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